Pontecorvo e Fregellae

Non è certamente un caso che la città di Pontecorvo rechi sui vessilli e sugli stemmi cittadini l'acronimo S.P.Q.F., ossia Senatus Popolusque Fregellanus. La contesa con Ceprano ed Arce sull'ubicazione di Fregellae nasce da alcuni ritrovamenti archeologici, che, in realtà, costituiscono le rovine di un pagus edificato, nei pressi del lago di San Giovanni Incarico, da una parte dei fuggitivi fregellani che si spinsero verso nord dopo la distruzione punitiva della città per mano di Roma, mentre la maggior parte della popolazione fregellana trovò rifiugio più a sud, spostandosi dalla riva destra a quella sinistra del fiume, su uno sperone roccioso in posizione dominante rispetto al Liri.

Data:
23 Settembre 2020
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Pontecorvo e Fregellae 

I primi insediamenti umani risalgono al Neolitico: in località Vetrine sono state trovate amigdale e strumenti in osso. Probabilmente le grotte sulle colline furono il rifugio per queste prime popolazioni. Sono stati trovati reperti anche dell'Età del bronzo e del ferro.

Nonostante le opinioni contrarie di alcuni storici moderni, Pontecorvo deve considerarsi l'antica e potente colonia romana di Fregellae, definitivamente rasa al suolo dagli stessi romani nel 125 a.C.. 

Non è certamente un caso che la città di Pontecorvo rechi sui vessilli e sugli stemmi cittadini l'acronimo S.P.Q.F., ossia Senatus Popolusque Fregellanus. La contesa con Ceprano ed Arce sull'ubicazione di Fregellae nasce da alcuni ritrovamenti archeologici, che, in realtà, costituiscono le rovine di un pagus edificato, nei pressi del lago di San Giovanni Incarico, da una parte dei fuggitivi fregellani che si spinsero verso nord dopo la distruzione punitiva della città per mano di Roma, mentre la maggior parte della popolazione fregellana trovò rifiugio più a sud, spostandosi dalla riva destra a quella sinistra del fiume, su uno sperone roccioso in posizione dominante rispetto al Liri. Da tale nuovo insediamento avrebbe preso vita la futura città di Pons Curvus, il cui nucleo si originò proprio attorno all'altura rocciosa sulla quale furono eretti prima un tempio dedicato a divinità pagane, in particolare Cerere, e successivamente, con Rodoaldo, una torre di guardia, oggi ancora esistente in funzione di torre campanaria della cattedrale. 

A generare ulteriore confusione sulla corrispondenza tra Pontecorvo e Fregellae ha contribuito il fatto che questa, al suo tempo, dominava un territorio molto più vasto rispetto a quello identificabile con gli attuali confini amministrativi di Pontecorvo, fino a comprendere il territorio al confine tra Ceprano, Isoletta d'Arce e San Giovanni Incarico in cui sono stati rinvenuti i suddetti reperti, area, peraltro, distante appena quattro chilometri dall'area pontecorvese storicamente tramandata come luogo in cui sorgeva Fregellae. 

Basti pensare che fino al 1053 Pontecorvo comprendeva anche il comune di San Giovanni Incarico con il suo intero territorio; "... dopo il 1053 ... il paese venne scisso da Pontecorvo, che precedentemente lo comprendeva come risulta da una scrittura antica conservata presso il Monastero di Montecassino" Castri S. Joannis territoris Pontis Curvi" (dal sito istituzionale del comune di San Giovanni Incarico). Pertanto, anche a voler ammettere che il sito degli scavi sopra citati sia quello di Fregellae, emerge con chiarezza il motivo per il quale Pontecorvo, in ogni caso, debba considerarsi e sia sempre stata considerata (ed essa stessa giustamente si considera) come città legittimata a raccogliere l'eredità storica e culturale della celebre colonia romana. 

L'opinione degli storici più antichi (Volterrano e Sigonio) era unanime nell'indicare Pontecorvo quale città nata dalle rovine dell'antica Fregellae, opinione a sua volta basata sugli scritti degli storici coevi Livio e Strabone. L'erudito e storico spagnolo Antonio de Lebrija (Antonius Lebrisensis), nel suo Dictionarium quadruplex del 1512 definisce "Fregellae vetus Italiae urbs olim florentissima. Vulgo Ponte Corvo". 

Pietro Nores, il famoso storico che nel 1590 riportò in forma epistolare i fatti bellici avvenuti tra lo stato pontificio di papa Paolo IV e la Spagna di Filippo II, riferendosi all'avanzata degli spagnoli nel Lazio meridionale condotti dal duca d'Alva, scrisse: "Con questo esercito spingendosi il Duca avanti, prese Ponte Corvo, or picciol luogo sul Garigliano, anticamente detto Fregellae, celebre per aver ritardato il corso del campo d'Annibale, rompendo i ponti circonvicini".

Così ancora nell’Introduzione alla geografia antica e moderna delle provincie delle Due Sicilie di Vito Buonsanto (1819) "Volsci - Fregellae; Piuttosto Pontecorvo che Ceprano". Biagio Soria in Cosmografia istorica, astronomica e fisica pubblicato nel 1827, scrive "Pontecorvo (Fregellae, Pons Curvus) ebbe origine nell'anno 870 o 872, vale a dire dopo la distruzione dell'antica Aquino". Dal Costume antico e moderno di tutti i popoli antichi del 1832 dello storico Giulio Ferrari: "Più vasto [rispetto a quello degli Ernici] era il paese de' Volsci, i quali furono un tempo terribili a Roma istessa; essi possedevano (...) Fregellae, oggi Pontecorvo..."

Nel Dizionario Corografico Dell'Italia del 1869 dell'Amati si legge: "Pontecorvo (Fregellae)... Quasi unanime è l'opinione degli storici nell'additare i dintorni di Pontecorvo quale domicilio della celebre colonia romana di Fregellae; a sostegno di tale opinione si invocano i libri di Strabone commentati dal Volterrano e dal Sigonio; è indarno quindi che Ceprano tenta di disputare il medesimo vanto. Infatti, sulla sponda sinistra del Garigliano, poco lungo dal descritto 'ponte curvo' nella località chiamata presentemente 'Murecene', appariscono le rovine di questa città vetusta, le quali si prolungano fino alla contrada urbana di Santa Lucia, e quantunque sieno interrate e vi abbia passato sopra l'opera consuntrice di ventidue secoli, accennano ad una vasta città, quale è registrata nella storia, e capace di oltre ottantamila abitanti."

Nei documenti ufficiali dello Stato pontificio, di cui Pontecorvo era una exclave all'interno del Regno della Due Sicilie, la città è indicata costantemente come l'antica Fregellae o quale città sorta dalle rovine di essa. Nel 1725 la bolla papale di Benedetto XIII, che eresse Pontecorvo a diocesi, dice: "quippe quod ex ruinis veterum Fregellarum, clarae olim in Latio Urbis, fuisse conditum". Secondo la storiografia antica, la parte urbana dell'antica città si estendeva lungo il fiume Liri in prossimità della attuale contrada Santa Lucia, mentre la vicina fortezza, denominata Arx Tutica Fregellana, sorgeva sul Monte Leucio, quale avamposto militare in posizione particolarmente privilegiata perché centrale rispetto alla pianura circostante e quindi in grado di garantire una difesa ed un controllo a vista di tutto l’ager fregellanus. 

Come si è detto, solo in tempi recenti, si è ritenuto di spostare l'ubicazione di Fregellae rispetto a quanto tramandato dalla storiografia antica per via degli scavi archeologici che hanno portato alla luce alcuni reperti di epoca romana nel territorio al confine tra Arce e Ceprano, a poche centinaia di metri dall'altro confine di San Giovanni Incarico a ridosso dell'omonimo lago. Tuttavia, l'irrisoria estensione dell'area urbana riportata alla luce non riesce obiettivamente a dare ragione di una città imponente come Fregellae, che si tramanda essere stata estesa per circa 90 ettari. 

Deve ribadirsi che i reperti portati alla luce ed aventi un legame con Fregellae, sono con ogni probabilità quelli del cosiddetto Diversorium Fregellanum descritto dal Cluverio, un tempo esistente proprio nei pressi Ceprano, quale.vico di modeste dimensioni costituito da una più piccola parte dei fregellani scampati alla definitiva distruzione di Fregellae, mentre altro ulteriore nucleo si rifugiò a Fabrateria Nova (San Giovanni Incarico e Falvaterra). A riprova di ciò, si segnala che di tale Diversorio resta ancora traccia in tempi relativamente moderni, quale luogo di sosta e scalo sulla via Latina, da cui, presumibilmente, andò prendendo vita l'attività di dogana e di pedaggio esercitata per diversi secoli in quegli stessi luoghi, i quali, però, non rappresentano il sito dell'antica Fregellae, ma solo lo sviluppo di un pagus successivo. 

Le fonti storiche che si pretendono dare conferma della ubicazione di Fregellae in corrispondenza degli scavi non appaiono affatto decisive; e ciò deve dirsi, invero, anche per quanto concerne la ritenuta fondazione sul lato sinistro del fiume Liri. Infatti, il lato sinistro del Liri viene individuato solo in via deduttiva, soltanto, cioè, argomentando dal fatto che il Liri doveva segnare il confine tra il territorio dei Sanniti, a sud, e quello dei Romani, a nord, e che, per tale ragione, tutto ciò che i Romani avessero edificato sulla sponda sinistra di esso, sul territorio dei Sanniti, sarebbe stata considerata da questi ultimi come una provocazione, che avrebbe giustificato la reazione che poi si sarebbe avverata. Ma tale ragionamento non appare convincente e, anzi, risulta in contrasto con dati storici. 

In particolare, lo storico romano Tito Livio, spesso citato al riguardo, non dice (Ab urbe condita VIII, 22) che Fregellae sorgeva sulla riva sinistra del Liri (lato in cui si sono rinvenuti i reperti in questione), ma semplicemente che "... nulla re belli domive insignis P. Plautio Proculo P. Cornelio Scapula consulibus, praeterquam quod Fregellas ... colonia deducta", ossia (letteralmente): "nessun evento di guerra o di patria importante, Plauzio Proculo e Cornelio Scapula consoli, oltre il fatto che Fregellae fu dedotta colonia". Non esistono dati testuali in ordine all'ubicazione di Fregellae sulla sinistra del Liri e, d'altra parte, la provocazione verso i Sanniti (o l'insofferenza di questi ultimi) per la presenza di una colonia romana si sarebbe avuta in ogni caso ponendo la colonia al confine del loro territorio, indipendentemente se fosse stata posta a destra o a sinistra del Liri. 

Come si è detto, non solo non esistono fonti storiche che confermino il lato sinistro del Liri quale sponda di Fregellae, ma, anzi, a giudicare dalle fonti e dalla tradizione tramandata, tutto lascia presumere che essa si trovasse sulla sponda destra, non sinistra. Ciò si argomenta dalla narrazione dello stesso Livio, che descrive il passaggio di Annibale nell'agro fregellano e la nota distruzione dei ponti sul Liri da parte fregellani, i quali tentarono in tal modo di impedire l'ingresso delle truppe puniche nella città e la successiva marcia verso Roma. Da Livio si apprende che Annibale si diresse verso Fregellae proveniente da Interamna Lirenas e Aquinum, le quali erano, come ancora sono, sulla sinistra del Liri. 

Appare perciò evidente che, se i fregellani distrussero i propri ponti per impedire l'ingresso di truppe che muovevano da meridione (ossia dal lato sinistro del Liri), la città doveva trovarsi sul lato opposto e quindi sul lato destro del fiume. La predetta circostanza resta confermata da testimonianze dirette, che, ancora alla fine del 1800, attestavano la frattura del primo arco dal lato sinistro del ponte. Ricorda Tommaso Sdoja, riprendendo Pietro Coccarelli che "Sino al 1860, epoca in cui il detto ponte fu di nuovo rotto, si vedeva un'altra rottura esistente da quella parte di strada per cui Annibale veniva. Infatti, quell'arco già rotto e poi rifatto, aveva un'architettura diversa da quella degli altri dieci..." (La medioevale Pontecorvo). 

Un'ulteriore conferma si rinviene nella cronaca conservata nell'archivio di Castel Sant'Angelo per ordine del Pontefice Paolo V Borghese, dalla quale si apprende che i superstiti fregellani si rifugiarano più a meridione, sulla riva sinistra oltrepassando il ponte e quindi, come si è già ribadito, spostandosi, dopo la distruzione della città, dalla riva destra a quella sinistra, cosicché è ragionevole affermare che, anche per tale motivo, i reperti rinvenuti al confine tra Arce e Ceprano, a sinistra del fiume, non possono essere quelli dell'antica colonia romana, ma solo il Diversorium Fregellanum, fondato da quella minor parte dei fregellani che si rifugiarono verso settentrione. Il nome di Pons Curvus, legato alla forma curva del ponte, sebbene già registrato da qualche documento intorno all'anno 870, sopravvenne in maniera definitiva a quello di Fregellae con la giurisdizione abbaziale di Montecassino intorno all'anno 1100, quando l'abate Oderisio II fece scolpire sulle porte bronzee della basilica di Montecassino Civitas Pontis Curvi cum pertinentiis suis nell'elenco dei possedimenti dell'abazia. In concomitanza della nuova denominazione di Pons Curvus, successivamente corrotta dall'idioma popolare in Pontecorvo, iniziò a comparire la menzionata espressione Senatus Popolunque Fregellanus, proprio a memoria dell'antica origine della città e dei cittadini. 

Il dominio papale

Nel 1105 il principe di Capua Riccardo II conferma all'Abbazia di Montecassino il possesso del castello di Ponte Corvo, concesso in precedenza dai suoi avi allo stesso monastero, presumibilmente nel corso della seconda metà dell'XI secolo; i monaci cassinensi lo mantennero, ma non stabilmente, per circa quattrocento anni: in questo periodo infatti fu conquistata e retta per alcuni anni da Ruggero II, divenne feudo papale, fu saccheggiata e distrutta da Carlo I d'Angiò; durante lo Scisma d'Occidente Pontecorvo si schierò con l'antipapa Clemente VII in opposizione al potere di Montecassino. Nel 1190 fu tra le prime comunità ad ottenere uno statuto, segno di un nuovo corso storico nei rapporti tra il signore e i cittadini. Tra il 1422 ed il 1463, fece parte dei domini papali, poi angioini, poi aragonesi. 

Pontecorvo dal 1463 al 1860 fu un'enclave nel Regno di Napoli dello Stato Pontificio, a parte la parentesi che nei primi dell'Ottocento la vide come un principato napoleonico. Tale principato fu creato inizialmente per il generale Jean-Baptiste Jules Bernadotte, che lo governò dal 1806 al 1810; come conseguenza di quest'ultimo fatto l'emblema della Casata di Bernadotte, l'attuale stemma della Svezia, include lo stemma di principi di Pontecorvo.

Il principato fu retto dal 1812 al 1815 da Luciano Murat, figlio di Gioacchino Murat, per tornare allo Stato della Chiesa. 

L'annessione al Regno d'Italia

Durante la risalita dei Mille di Garibaldi, prima che arrivassero a Napoli, i pontecorvesi organizzarono una rivolta contro il potere papale, proclamandosi parte del Regno d'Italia il 2 settembre 1860. Venne però occupata dalle truppe borboniche poche settimane dopo, ma conquistata poi dai soldati di Vittorio Emanuele II di Savoia il 7 dicembre. Il 12 dicembre vennero fucilati tre filo-borbonici protagonisti di un tentativo di restaurazione. 

La seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale porta morte e distruzione: il primo novembre del 1943 Pontecorvo fu bombardata, morirono molti cittadini, la città rasa al suolo. Il ponte fu l'obiettivo di vari raid, ma non subì alla fine gravi danni. Quando gli alleati passarono la linea Gustav, i tedeschi fortificarono un nuovo fronte, la linea Hitler, che passava per Pontecorvo. Nelle campagne si trovano ancora i resti dei bunker tedeschi. Dal 2007 è gemellato con Pieve d'Olmi, un paese lombardo che ha accolto numerosi rifugiati provenienti da Pontecorvo. 

Testo: Wikipedia

Concattedrale di San Bartolomeo Apostolo 

LA CATTEDRALE 

Durante i secoli la chiesa ha subito numerose trasformazioni e ampliamenti. Prima della II guerra mondiale, era in stile barocco, con pianta a croce latina a tre navate, cupola all’incrocio fra transetto e navata centrale e 9 cappelle laterali con i rispettivi altari dedicati a vari santi e martiri. Era affrescata con dipinti di Giuseppe Cesari, detto Cavalier d’Arpino (1568-1640) e di Giovanni Battista Gaulli, detto il “Baciccia” (1639-1709). Prima della distruzione la cattedrale aveva un artistico altare maggiore dedicato a San Bartolomeo sormontato da una grande tela rappresentante il Martirio del santo titolare, opera del pittore Cavalier Bartolini, regalata da papa Pio IX.

La chiesa è stata ricostruita mantenendo la pianta a croce latina originale ma in stile romanico con mura in pietra locale, per meglio accostarsi allo stile della superstite Torre di Rodoaldo.

LE PORTE DI BRONZO 

Le porte di bronzo della facciata principale sono state progettate dallo scultore Guglielmo Savini e realizzate dalla Domus Dei di Roma. vennero benedette il 29 settembre 1995 da Mons. Luca Brandolini, l'allora Vescovo diocesano. Sulla porta maggiore sono raffigurati San Giovanni Battista e San Bartolomeo Apostolo; sulla porta minore sono raffigurati due santi locali San Grimoaldo, sacerdote e già arciprete della collegiata di San Bartolomeo nel secolo XII, ed il Beato Grimoaldo Santamaria, Passionista.   

LE VETRATE 

Le vetrate che ornano la Basilica di San Bartolomeo sono state realizzate tra il 1987 e il 1990 ad opera del professor Fernando Ballarini, realizzate dal centro Domus Dei di Roma. Un gruppo di esse (10 vetrate),  situate nella navate centrale, raffigurano temi astratti. Le altre sette vetrate sono distribuite all’interno della chiesa. Le due nell’abside raffigurano l’Annunciazione e la Sacra Famiglia; le due nel transetto il Mistero Eucaristico; le ultime tre nella navata laterale sinistra rappresentano i Sacramenti del Battesimo, Comunione ed Eucaristia.

GLI AFFRESCHI 

La superficie complessiva affrescata è di 800 mq.

Gli affreschi che si ammirano nella Basilica sono stati realizzati tra il 1961 e il 1967 dall’artista Fernando Monzio Compagnone di Bergamo.  Ai lati del mosaico del Martirio di San Bartolomeo, sul fondo dell’abside, sono raffigurati: il Santo Patrono della città, San Giovanni Battista, e i Santi compatroni, San Grimoaldo Sacerdote, San Sebastiano e San Bernardino da Siena. Nel catino absidale è raffigurata la SS. Trinità circondata da angeli.

Sull’arco d’ingresso, dalla parte dell’altare, si ammira la facciata della Cattedrale di San Bartolomeo su uno sfondo sfumato della Basilica di San Pietro. Alla destra prendono posto il Papa Pio XII, il Cardinale Benedetto Aloisi Masella e i prelati pontifici; alla sinistra vi sono il vescovo diocesano Mons. Biagio Musto, gli arcipreti Turchetta e Vano con i Canonici della Cattedrale.

Sull’arco trionfale è raffigurata l’Immacolata Concezione con ai lati gli Evangelisti accompagnati dai rispettivi simboli iconografici: San Matteo con l’angelo, San Marco con il leone, San Luca con il bue, San Giovanni con l’aquila.

Sulla controfacciata, al di sotto del rosone, è dipinto un trittico dedicato al patrono San Giovanni Battista.

Un cenno a parte merita l'affresco ospitato nella cappella che una volta ospitava il fonte battesimale. Si tratta di un'opera molto importante recuperata dalla chiesa detta Canonica che rappresenta l'Immacolata Concezione con il bambino in braccio e ai lati i SS. Pietro e Paolo, attribuito al pittore cassinese Marco Mazzaroppi (1550-1620).

I MOSAICI 

Nella Basilica si possono ammirare quattro mosaici.

Nell’abside trova posto il mosaico comunemente considerato il Martirio di San Bartolomeo. Realizzato dalla Scuola Vaticana nel 1951, dono del Papa Pio XII, in realtà è la fedele riproduzione di un dipinto dell’artista Jusepe de Ribera, detto “Lo Spagnoletto”, rappresentante il Martirio di San Filippo. L’originale è conservato al Museo del Prado a Madrid.

Il mosaico della Cappella del Santissimo Sacramento è stato realizzato in occasione del Giubileo del 2000 dal maestro Gerardo Della Torre, docente presso l’Istituto d’Arte di Sora. L’artista ha scelto con cura marmi e pietre vitree trasformandoli in una sinfonia di colori capaci di essere portatori di messaggi di spiritualità. Fa da sfondo al paliotto policromo dell’altare settecentesco.

Altri due piccoli mosaici si trovano nelle lunette superiori delle porte di accesso alla Cappella di San Grimoaldo e alla Sacrestia. Il primo rappresenta il santo, il secondo San Tommaso d’Aquino. Anche queste due opere sono state realizzate dal maestro Della Torre.

ALTRE OPERE D'ARTE  

Nella Basilica cattedrale vi sono inoltre custodite altre opere d'arte non meno importanti. Vicino all'ambone si nota un leone in marmo risalente all'epoca della sottomissione a Montecassino. Sopra la porta che conduce al campanile è posta una tela raffigurante la Madonna col Bambino e San Felice da Cantalice. Nel museo sono inoltre custodite altre due tele raffiguranti una la Madonna col Bambino e l'altra la Madonna con il Cristo deposto.

Testo: Chiesa di San Bartolomeo Apostolo 

 

Foto di Marcello Carnevale, Marco Secondi, Carlo Germani, che si ringraziano per averle concesse in uso alla Provincia di Frosinone. 

La Provincia non detiene i diritti d'autore delle foto pubblicate. Esse sono e restano di proprietà esclusiva degli autori. 

Ultimo aggiornamento

Mercoledi 21 Aprile 2021