Alatri e le Mura Ciclopiche

Alatri è una delle città principali della Ciociaria e la terza della provincia per popolazione dopo Frosinone e Cassino

Data:
23 Settembre 2020
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E' l'antica Aletrium   (clicca sul link per leggere la storia di Alatri nel dettaglio), che fu uno dei centri principali del popolo italico degli Ernici, nota soprattutto per l'acropoli preromana cinta da mura megalitiche, ben conservata, della quale risalta per imponenza la Porta Maggiore.

Possiede un significativo patrimonio di monumenti di notevole interesse architettonico e artistico, quali la chiesa collegiata romanico-gotica di Santa Maria Maggiore, la basilica concattedrale di San Paolo, le chiese di San Francesco e San Silvestro, il protocenobio di San Sebastiano, le ottocentesche fontane monumentali, il Palazzo Gottifredo e il Palazzo Conti-Gentili ornato da una grande meridiana murale.

Gli abitanti di Alatri sono noti come alatresi, alatrensi o alatrini.  La città di Alatri sorge su una collina bigemina nel cuore della Ciociaria, alle pendici dei Monti Ernici che costituiscono il confine naturale del Lazio con l'Abruzzo.

Basilica concattedrale (già cattedrale) dedicata a San Paolo apostolo

La Basilica di San Paolo Apostolo è eretta al centro della spianata dell'acropoli di Alatri, sui resti di un antico ierone (altare ernico) e di un tempio dedicato a Saturno

Sulla sommità dell'acropoli, sul podio di un antico ierone (altare ernico) e sui resti di un tempio dedicato a Saturno sorgono rispettivamente la Basilica di San Paolo apostolo e l'attiguo Vescovado, risalenti al periodo alto medioevale: ne abbiamo notizie fin dal 930. A seguito di un importante intervento di ristrutturazione effettuato nel corso del XVIII secolo, entrambi gli edifici si presentano al visitatore moderno con linee e forme settecentesche.
L'interno è a croce latina, a tre navate e con un lungo transetto sopraelevato in corrispondenza del presbiterio. Tra il materiale artistico di pregio custodito nel luogo sacro vanno annoverati i reperti di un pergamo cosmatesco risalente al 1222.

La chiesa conserva parte delle reliquie del patrono della città, San Sisto I Papa; esse si trovano all'interno di un'antichissima urna di piombo, sul cui coperchio è incisa la scritta: «HIC RECONDITUM EST CORPUS XYSTI PP. PRIMI ET MARTIRIS».
In fondo alla navata destra, si conserva inoltre il corpo di S. Alessandro martire, estratto dal cimitero di S. Callisto, donato nel 1640 alla chiesa di Alatri. (Testo: Comune di Alatri)

L'acropoli di Alatri (clicca sul link per approfondimenti) – detta Civita – è posta nel cuore del centro storico, sulla cima del colle.

È di notevole interesse per le sue mura in opera poligonale, costituite da diversi strati di megaliti polimorfici che spesso raggiungono la lunghezza di 3 metri, provenienti dalla stessa collina e fatti combaciare perfettamente ad incastro senza l'ausilio di calce o cementi. Il perimetro delle mura è di 2 km.

L'acropoli, oltre alla rampa d'accesso, presenta due porte: la Porta Maggiore, di tipo sceo come quella di Troia, e la Porta Minore o dei Falli. La Porta Maggiore è posizionata nel tratto sudorientale dell'Acropoli, all'opposto della porta dei falli posizionata verso nord-ovest.

Su di una roccia affiorante, nella parte più alta dell'Acropoli, è stato rinvenuto nel 2008, un graffito rappresentante un templum (triplice cinta), perfettamente orientato astronomicamente.

Sulla sommità dell'acropoli, sul podio di un antico ierone (altare ernico) e sui resti di un tempio dedicato a Saturno sorgono rispettivamente la Basilica di San Paolo apostolo e l'attiguo Vescovado, risalenti al periodo altomedioevale: ne abbiamo notizie fin dal 930.

La facciata della cattedrale, in pietra e laterizio, è stata realizzata assieme al campanile da Jacopo Subleyras tra il 1790 e il 1808; il modello è quello delle maggiori basiliche romane, con la presenza di un unico ordine di paraste a binati.

Nel 1884 furono aggiunti l'attico e il timpano. La cattedrale venne dichiarata basilica minore da papa Pio IX nella sua prima visita in città nel 1850,  ma altra fonte sostiene che la dignità ufficiale di basilica minore le fu conferita da papa Pio XII nel settembre del 1950.

La chiesa collegiata di Santa Maria Maggiore 

La collegiata di Santa Maria Maggiore (V sec. d.C.) si trova nella piazza omonima del centro cittadino. In stile romano-gotico, è impreziosita da un rosone del XIV sec. e il campanile merlato aggiunto nel 1394.  Custodisce pregevoli opere d’arte di epoca medioevale e rinascimentale

La chiesa collegiata di Santa Maria Maggiore risale al V secolo: fu edificata sulle rovine di un tempio pagano. Tra il materiale artistico di pregio custodito nel luogo sacro vanno annoverati i reperti di un pergamo cosmatesco risalente al 1222. 

L'aspetto romanico-gotico si deve principalmente alle profonde modificazioni operate nel XIII secolo. Dell'esterno va segnalato il grande rosone realizzato agli inizi del XIV secolo.

Nella chiesa sono conservate pregevoli opere quali il gruppo ligneo della Madonna di Costantinopoli (XIII secolo), il Trittico del Redentore di Antonio da Alatri, la Vergine con il Bambino e san Salvatore (prima metà del XV secolo) e il fonte battesimale del XIII secolo.

Costruita su un preesistente tempio pagano dedicato a Venere, la Chiesa di Santa Maria Maggiore rappresenta l’edificio di culto più importante di Alatri. Realizzata intorno alla seconda metà del V secolo d.C., nel corso del tempo ha subito profondi interventi di ristrutturazione, abbellimento e ampliamento. Quella che si presenta oggi agli occhi dei visitatori è frutto dei lavori avvenuti nel corso del XIII secolo da maestranze borgognoni che ne hanno disegnato l’aspetto gotico francese che la contraddistingue. L’edificio di culto si affaccia sull’omonima piazza, la sua facciata a capanna presenta un pregevole portale. Da ammirare anche il grande traforo del rosone. Sul margine destro della facciata, invece, si innalza il campanile anche questo costruito nel XIII secolo.

La Chiesa degli Scolopi

La Chiesa degli Scolopi fu realizzata tra il 1734 ed il 1745 su progetto del padre calasanziano Benedetto Margariti da Manduria ed è dedicata allo Sposalizio della Vergine.

La facciata, in travertino, è concepita come un organismo architettonico a sé stante, e reinterpreta motivi borrominiani; si dispone su due registri orizzontali attraverso un doppio ordine di lesene tuscaniche che inquadrano, al di sotto di un ampio timpano mistilineo, l'unico portale di ingresso con la sovrastante finestra centrale. La grande compostezza del prospetto si conclude con la sequenza verticale delle finestre incorniciate da larghe membrature aggettanti nelle sezioni laterali; queste, secondo l'originario progetto, non portato a compimento, dovevano terminare con due campanili gemelli.

L'interno, a croce greca, con terminazioni absidate, è dominato dalla tensione ascensionale delle lesene corinzie, raccordate fra loro da una trabeazione ininterrotta, su cui si impostano le grandi arcate a tutto sesto che sorreggono la cupola. Molto curata la monocroma decorazione a stucco delle superfici murarie, sulle quali risaltano per contrasto le grandi tele settecentesche, poste ad ornamento dei tre altari della chiesa: sull'altare maggiore troviamo lo Sposalizio della Vergine, dipinto nel 1731 da Carmine Spinetti, mentre sui due laterali trovano posto una Crocifissione del pittore veneto Benedetto Mora e un'opera non firmata raffigurante San Giuseppe Calasanzio, realizzata nella seconda metà del Settecento per celebrare il padre fondatore dell'Ordine degli Scolopi.

La chiesa di San Silvestro

Chiesa di San Silvestro. Eretta alla fine del X secolo, è una delle più antiche chiese della città. L’impianto romanico ad una sola navata fu ampliato nel 1331, senza tuttavia alterarne l’austera semplicità. La sobria facciata in pietra ha un portale architravato e lunettato ed oculo in conci marmorei 

L’interno, coperto da soffitto a capriate lignee, appare spartito longitudinalmente da due grandi arconi a sesto pieno. L’edificio è famoso per i pregevoli affreschi.

Della decorazione duecentesca rimane, nel catino absidale, l’incoronazione della Vergine con i santi Giovanni Battista ed Evangelista ed il S. Silvestro col drago.

La parete destra del presbiterio è ornata da affreschi realizzati nel XV sec. Altro gioiello che si può ammirare è la cripta, un piccolo spazio ipogeo coperto da volta a crociera, risalente al IX sec., ad un periodo quindi precedente rispetto alla costruzione soprastante. Nella parete destra emerge un affresco raffigurante un ignoto santo benedicente, di gusto bizantineggiante 

La chiesa di San Silvestro è una delle più antiche chiese della città, eretta alla fine del X secolo, di impianto romanico. La facciata è assai sobria: un semplice prospetto in pietra, con portale con architrave e lunetta, sormontato da un oculo in conci marmorei. Pregevoli sono gli affreschi che adornano l'interno e la cripta sottostante.  

Chiesa di Santo Stefano e monastero dell'Annunziata

Nel silenzio di questo grande monastero dell'Annunziata vivono 30 suore che lavorano e pregano.

Costruita tra la fine del X e l'inizio dell'XI secolo con dimensioni limitate, la chiesa di Santo Stefano aveva inizialmente forme romaniche. Venne ristrutturata ed ingrandita nel 1284 per volontà del cardinal Gottifredo di Raynaldo secondo i caratteri dell'architettura gotica. Un'epigrafe resta a ricordare l'ampliamento: è scolpita in caratteri gotici su due lastre collocate sugli stipiti del portale; il testo è in versi leonini, ossia esametri e pentametri in rima ed è dedicata al cardinal Gottifredo.

Nel XVI secolo venne privata della navata di sinistra per la costruzione del Monastero dell'Annunziata, fortemente voluto dal vescovo Ignazio Danti e da lui stesso progettato nel 1586, ed ancora molto attivo (nel 1984 ha ricevuto la visita di papa Giovanni Paolo II). Successivi rimaneggiamenti nei due secoli seguenti hanno finito di snaturare il primitivo edificio medievale, lasciando intatto unicamente il portale trilobato, ricollocato tuttavia sul lato destro della chiesa così come il leone crocigero medievale posto sull'apice del timpano.

L'interno è tardobarocco e custodisce numerose opere d'arte tra le quali una pala del Seicento con i santi Stefano, Benedetto e Scolastica sull'altare maggiore, e sulla parete sinistra una tela raffigurante la Vocazione di Matteo dipinta nel 1739 da Filippo Palazzetti. Sul campanile della chiesa è installata una campana detta di San Benedetto risalente al VI secolo e che, secondo la tradizione, sarebbe stata donata da san Benedetto da Norcia al protocenobio di San Sebastiano, retto dal diacono Servando, durante la sua visita del 528.

Il Convento dei Cappuccini

Il Convento dei Cappuccini sorge sul colle San Pietro (nelle vicinanze del centro storico della città), dove nell'antichità si ergeva un tempio dedicato alla dea Bellona. Nei primi secoli del Cristianesimo vi fu eretta una chiesa dedicata a San Pietro da cui nel XIII secolo si sviluppò una comunità di monache benedettine alle quali nel 1566 si sostituirono i Cappuccini, che sottoposero il monastero ad ampi rifacimenti.

Nella chiesa di San Pietro, in stile tardorinascimentale ma totalmente ristrutturata nella seconda metà del Settecento, si trova un monumentale altare maggiore in legno di noce, costruito da padre Giovanni da Collepardo nel 1755, decorato dalla luminosa pala dell'Immacolata Concezione dipinta dal pittore alatrense Vincenzo Cerica.

La grande meridiana

La grande meridiana presente sulla facciata del palazzo Conti-Gentili è opera di Angelo Secchi, ed è stata realizzata nel 1867. L'orologio permette di determinare, nei limiti compresi tra le ore dieci e le ore sedici, sia il "tempo vero", evidenziato dai segmenti rettilinei, sia il "tempo medio", individuato dalle figure a forma di otto.

 Il Palazzo del comune e la monumentale fonte  

La monumentale fonte, inaugurata nel 1870 e dedicata a papa Pio IX in segno di gratitudine per il cospicuo contributo in denaro elargito alla città nel 1863 per la realizzazione di un nuovo acquedotto, è opera dell'architetto Giuseppe Olivieri.

La semplicità degli elementi linguistici, desunti dalla tradizione medievale, è posta al servizio di una più complessa struttura dichiaratamente scenografica, che pur nelle non grandi dimensioni appare deliziosa per finitezza tecnica ed elaborazione; intenso il dinamismo che dalla grande vasca quadrangolare della base raggiunge attraverso la struttura elicoidale dei delfini annodati i due catini con teste leonine, confezionando un leggiadro gioco d'acque.

Le mura ciclopiche

L'Acropoli di Alatri, nota localmente come Civita, è posta nel cuore del centro storico di Alatri, sulla cima del colle su cui sorge la città, a 502 m s.l.m. La rocca è cinta da mura in opera poligonale, dette mura ciclopiche (clicca sul link per avere informazioni più dettagliate), nelle quali si aprono due porte. 

Le mura sono costituite da diversi strati di megaliti polimorfici, provenienti dalla stessa collina e fatti combaciare perfettamente ad incastro senza l'ausilio di calce o cementi (opera poligonale); con il loro perimetro descrivono un'area trapezoidale di 19.000 mq. Raggiungono la massima elevazione nel Pizzale, cioè l'angolo sud-orientale: rastremato verso l'alto, è costituito da quindici grandi blocchi sovrapposti.

La pietra angolare di base presenta un bassorilievo che è stato interpretato come un globo solare, probabile omaggio al Sole che sorge da questo lato.

Per la fortificazione sono state supposte connessioni di tipo archeoastronomico, secondo l'ipotesi che il suo perimetro ripercorrerebbe quello disegnato nel cielo dalla costellazione dei Gemelli al solstizio d'estate, ma il particolare perimetro della cinta muraria dell'acropoli è più verosimilmente un adattamento alla naturale conformazione del colle.

La storicizzazione della costruzione delle mura è controversa, l’archeologo francese Louis Charles François Petit-Radel (1756-1836) pose la datazione della fondazione di Alatri prima della Seconda Colonia Pelasgica, risalente al 1539 a. C., mentre la scienza archeologica ha sostenuto l'origine ernica e la complessiva ristrutturazione in età romana, mentre alcuni studiosi le collocano al VI secolo a.C., altri ben quattro secoli prima; l'archeologo Filippo Coarelli ha proposto una datazione al IV-III secolo a. C. . 

A lato della porta si trova una cisterna, scoperta durante recenti lavori che hanno interessato via Gregoriana, che si ritiene sia la stessa nominata nell'epigrafe del censore Lucio Betilieno Varo tra le opere da lui fatte realizzare nel II secolo a.C.

Nei pressi della Porta sono tre nicchie, la cui funzione sarebbe stata quella di contenere le statue degli dèi protettori della città.   

La portata e l'ottima conservazione del recinto murario suscitarono grande ammirazione nello scrittore tedesco Ferdinand Gregorovius. L'area dell'Acropoli era stata restaurata nel 1843, soltanto pochi anni prima della visita dello scrittore: i cittadini di Alatri, in occasione della visita di papa Gregorio XVI lavorarono per dieci giorni consecutivi per ripulire le mura e costruire un accesso alla parte superiore della città antica, realizzando la strada che ne percorre il perimetro, che in onore del papa fu chiamata via Gregoriana. 

L'Acropoli presenta due porte d'ingresso. Le due porte hanno un'importante proprietà matematica: il rapporto altezza/base è coincidente, con buona approssimazione, alla sezione aurea.

Porta Maggiore

La Porta Maggiore, sita sul lato meridionale delle mura, è alta 4,5 metri e larga 2,68 e presenta un architrave monolitico di sorprendenti dimensioni (4,0x5,13x1,3 m, peso stimato in 27 tonnellate), secondo in Europa soltanto alla Porta dei Leoni di Micene.

Fu costruita contestualmente alle mura come accesso alla città. Era chiusa da un cancello o da travi, come testimoniano i fori ancora presenti nell'architrave, e immette in una galleria a dolmen lunga quasi 11 metri. La scalinata che conduce alla porta è parte dei rifacimenti ottocenteschi.

Porta Minore

La Porta Minore detta Porta dei Falli o della Fertilità, collocata sul lato settentrionale è molto più piccola (m 2,12x1,16) ed immette in un angusto corridoio ascendente, perfettamente conservato, coperto con monoliti in progressivo aggetto: un sistema di copertura che trova riscontro solo nell'interno della piramide di Menfi. Il ricercatore indipendente Ornello Tofani ha scoperto, recentemente, che il corridoio che la percorre per i suoi 17 metri, negli equinozi viene attraversato interamente dal Sole che arriva ad illuminare via Gregoriana, un chiaro simbolo di fertilità (il Sole organo maschile, penetra la Terra organo femminile e la feconda). 

Il nome di Porta dei Falli (o della Fertilità) è legato alle incisioni che sovrastano la porta stessa: tre falli, ormai deteriorati dal tempo, che stanno a simboleggiare anch'essi la fertilità. Nell'antichità, infatti, si ritiene che tale passaggio sia servito per i riti pagani, e il simbolo, comune ai tempi degli antichi romani, era di buon augurio per chiunque percorresse la scalinata della porta senza mai fermarsi. In alto a sinistra è possibile notare alcune iscrizioni in lingua osca.

Il Chiostro di San Francesco

Nel Cuore di Alatri, all'interno del Chiostro di San Francesco in Piazza Regina Margherita, possiamo ammirare il CRISTO NEL LABIRINTO.

Scoperto casualmente nel 1996, all'interno di un cunicolo nei locali annessi al Chiostro di San Francesco, il Cristo nel Labirinto è divenuto oggetto di un interesse crescente vista la sua "unicità", costituita dalla raffigurazione del tema figurativo del Cristo "Pantocrator" al centro del simbolo arcaico del Labirinto.

Il Labirinto è "unicursale", vale a dire che entrata ed uscita del percorso coincidono; si compone di dodici cerchi neri, che delimitano i corridoi bianchi; al centro è la figura del Cristo barbuto con l'aureola, la tunica ed il mantello dorato, che, con la mano sinistra sostiene il libro delle Sacre Scritture e con la destra, in atteggiamento benedicente, indica l'ingresso e l'uscita del labirinto.

Risultano misteriose le origini dell'affresco, databile tra la fine del XIII e l'inizio del XIV sec.; tra le varie ipotesi suggestiva è quella che lo collega alla storia dei Templari; tra le più probabili quella che vede autore dell'opera un frate del convento o un artista locale.

Una decorazione, realizzata con la tecnica ad affresco e, in alcune zone, a secco, si dipana sulle pareti di due locali separati da un arco: nel primo ambiente c'è la raffigurazione del Labirinto; nel secondo un VELARIO, "svelato" dal descialbo delle pareti, e una serie di simboli geometrici e floreali, quali spirali, stelle, sfere e fiori della vita.     

La Badia di San Sebastiano

Edificio di grande suggestione, la sua costruzione risale alla fine del V secolo per volere del prefetto delle Gallie Liberio, che l'affidò all'abate Servando; in origine il complesso ospitò una delle più antiche comunità cenobitiche d'Occidente, tanto che non è da escludersi che proprio in questo sito abbia avuto stesura la Regula Magistri, alla quale si ispirò san Benedetto da Norcia che qui soggiornò nel 528.   

Il monastero appare come una suggestiva opera architettonica dalle linee medievali, con decorazioni duecentesche raffiguranti la vita di Cristo e della Madonna.    (Testo: Wikipedia)

Si trova a mezza costa del Monte Pizzuto,  a circa 4 Km dal centro urbano, nell'omonima contrada. Fu edificato intorno al 500 sui resti di un antico sito romano, a valle della sorgente di “Servidè”.

Le due stradine di accesso che si dipartono, una da Via Colle Massaro e da Via Allegra , l’altra da Via Salerno, non sono agevoli. Quella proveniente dal piano è stata ristrutturata, ma la carreggiata è stretta; è l’unica via che i monaci, provenienti dal monastero di Subiaco e diretti a Montecassino, percorrevano dopo aver lasciato in pianura l'antico ponte romano ad una luce sul fiume Cosa.

L’accesso principale alla struttura del protocenobio è costituita da un portone sulla parete nord attraverso il quale si raggiunge la piazza o secondo chiostro, antistante la chiesa nuova.

L’altro accesso, di servizio, si trova sul prospetto di ponente ed immette attraverso un grande ambiente, sul braccio occidentale del primo chiostro delimitato da uno zoccolo sovrastato da quattro belle trifore e due bifore.

Le condizioni estetiche degli edifici del complesso non sono tali da potersi dire in ottimo stato, ma è principalmente la sobria struttura architettonica, ispirata a canoni di assoluta semplicità, che fa apparire il complesso in uno stato di degrado maggiore di quello reale.
Infatti il complesso è ora di proprietà privata, è abitato e frequentemente visitato.

In origine la struttura appagava l’esigenza funzionale di una comunità non superiore a 12 elementi che aveva scelto la vita appartata, indipendente, aspra e lontana dai centri. 

La prima, di maggior rilievo è costituita:
dalla CHIESA PRIMITIVA, con tracce di antichi affreschi;
dalla CHIESA NUOVA con gli importanti affreschi della cerchia del Cavallini, dal refettorio, dai bracci del chiostro grande.

La seconda, comprende al piano terra un'AULA CON SOFFITTO A VOLTE, attualmente adibita ad oratorio ed aperta al culto, con statua di S. Sebastiano di artigiani contemporanei, (in origine probabile sala dell'Abate o del Priore). Tale ambiente, attraverso una scala in legno interna comunicava con un grande ambiente al piano primo adibito a dormitorio dei monaci, ed ora adibito a pertinenza e deposito per ATTIVITA' RURALE E PASTORALE. Infatti, nel cortile della Badia, si possono spesso vedere al pascolo, animali domestici come capre, anatre, maiali, galline secondo l'antica tradizione.  

La terza, di costruzione più recente ( intorno al 1400), è costituita dagli ambienti al piano primo, che in origine erano gli appartamenti dell'ABATE, ed ora costituiscono sede della FONDAZIONE "L'ABBADIA", e della piccola galleria d'arte antica con esposizione di tele di grandi dimensioni.

Testo: http://www.badiasansebastiano.it/

Il campo delle Fraschette di Alatri 

Il Campo delle Fraschette fu un campo di internamento istituito nel 1941 dalle autorità militari del regime fascista nel territorio di Alatri, in località Fraschette.

Entrò in funzione il 1º ottobre 1942 e rimase attivo fino al 19 aprile 1944. Benché progettato per ospitare prigionieri di guerra, finì per diventare luogo di internamento di civili per lo più slavi e greci, e delle altre popolazioni direttamente in guerra con l'Italia.

Inizialmente accolse 780 persone di origine anglo-maltese. Prima della fine del 1942 giunsero dall'isola di Meleda, in Dalmazia, altre 2300 persone. All'inizio del 1943 si toccarono le 5500 unità con l'aggiunta di Croati, Montenegrini, Albanesi e tripolini italiani.

Le situazioni igieniche erano pessime, in parte legate al sovraffollamento, in parte legate alla precarietà della struttura costruita in grande fretta; anche le autorità civili e militari che gestivano le 174 baracche si macchiarono di furti ed abusi sugli internati.

Esistono però anche testimonianze positive sul comportamento dei poliziotti italiani, ad esempio quella di un maltese tripolino.

Su questa situazione critica intervenne anche monsignor Edoardo Facchini, vescovo di Alatri, che si prese a cuore la sorte dei prigionieri, in particolare delle molte donne e bambini che erano ospitati alle Fraschette.

Nel dopoguerra le strutture vennero riconvertite per dare momentanea accoglienza ai profughi italiani di Istria, Dalmazia ed Africa e, successivamente ai profughi in fuga dai regimi comunisti, di nazionalità soprattutto ungherese. Ospiti celebri delle Fraschette in questo periodo furono il calciatore László Kubala, il quale riuniva i calciatori profughi ungheresi in Italia e organizzava amichevoli di vario livello, e lo sportivo Isidoro Marsan.

Lasciato in stato d'abbandono per molto tempo, ultimamente le autorità comunali stanno tentando di recuperare le strutture fatiscenti per renderle fruibili ai turisti. Negli ultimi anni sono stati realizzati studi per accertare la verità storica circa la vera funzione del campo durante la seconda guerra mondiale. 

Testo: Wikipedia

Il Castello o Grancia di Tecchiena

Tra Alatri e Ferentino sorge il Castello o Grangia di Tecchiena. Costruito intorno all’anno Mille, fu più volte distrutto e ricostruito, nel 1395 passò alla Certosa di Trisulti 

I Certosini lo trasformarono in un importante granaio (da qui l’appellativo di Grangia) per i loro fabbisogni alimentari. Il complesso è ancora oggi costituito dal castello, dalla chiesa di S. Bartolomeo e dai granai - Foto di Ferdinando Potenti

Foto di Pietro Scerrato, Tonino Bernardelli, Alessandro Tura, Emilia Trovini, Enzo Sorci, Ferdinando Potenti, Franco Olivetti, Maurizio Ciliegi, Milena Rignanesi,  Re Leone, Stefano Di Stefano, Stefano Strani, Carlo Alberto Tagliaferri, Abbicci, che si ringraziano per averle concesse in uso alla Provincia di Frosinone. 

La Provincia non detiene i diritti d'autore delle foto pubblicate. Esse sono e restano di esclusiva proprietà dell'autore. 

Ultimo aggiornamento

Giovedi 19 Novembre 2020