Gallinaro, paese di...vino!

Gallinaro, 558 m s.l.m., si sviluppa su di un colle nella Valle di Comino. Il territorio comunale, prevalentemente collinare, è attraversato dal Rio Mollo, affluente di destra del Melfa. Tra i rilievi collinari, il Colle Pistillo 535 m., Colle Parto 465 m., Colle Sgaglioffa 466 m., Colle Ippolito 531 m., Colle Capoccia 530 m. e Colle Maggio 463 m.

Data:
23 Settembre 2020
Immagine non trovata

Borgo antico di origine altomedioevale, Gallinaro era come gli altri centri della Val di Comino un "castrum" (castello). Nel 1023 il "castello di Gallinaro" fu oggetto di contesa. Nonostante fosse possedimento dei Conti di Sora, l'imperatore Enrico II, di passaggio a Montecassino, pensò di donarlo ai nipoti del suo sostenitore Melo di Bari. Enrico inviò il normanno Trostaino con 25 uomini che "entrérent en lo Castel Gallnar" e lo conquistarono.

Foto di  Stefano Strani, Maurizio Ciliegi, Enzo Sorci, Osvaldo Caperna, Ferdinando Potenti,  Franco Carnevale, Fabrizio Monti,  Carlo Germani, Emilia Trovini, che si ringraziano per averle concesse in uso alla Provincia di Frosinone. 
La Provincia non detiene i diritti d'autore delle foto pubblicate. Esse sono e restano di proprietà esclusiva degli autori.

Da un documento del XIII sec. si apprende l'esistenza di una chiesa dedicata a San Gerardo presso la quale viveva un eremita. Nel corso del Trecento il Santuario venne visitato dai discendenti del Santo, Domenico, Pietro e Andrea de Gerardis, che fecero ricche donazioni e fondarono l'Ospedale. Mentre l'Italia meridionale passava dagli Svevi agli Angioini, Gallinaro viveva un periodo di relativa tranquillità, tant'è che agli inizi del secolo sono documentate ben nove chiese: S. Salvatore, S. Nicola, S. Maria, S. Andrea, S. Leonardo, S. Giovanni, S. Stefano, S. Maria di Iannano e la più antica S. Maria Cellarola, le cui prime notizie risalgono al 1019.

Il personaggio che si distinse fu il Vescovo Giovanni, confessore e consigliere della Regina Giovanna I.

Nel 1600 un altro discendente, John Gerard, Penitenziere di San Pietro donò a Gallinaro la custodia in argento per il braccio del Santo il cui corpo fu rinvenuto alla fine dello stesso secolo. In questi anni la situazione non era delle migliori: case di creta, famiglie povere ed una vita quasi selvatica. A ciò si aggiunsero carestie, pestilenze - che cancellarono ben 17 famiglie - ed incursioni di briganti, che razziarono, uccisero ed incendiarono. Il più famoso di questi, come ricordano le cronache del tempo, fu proprio un gallinarese: Marco Fiore.

Il Settecento registrò un aumento della popolazione, che raggiunse i 750 abitanti. L'attività principale restava comunque l'agricoltura, anche se i proprietari erano pochi e i più prendevano in affitto i terreni dalla Chiesa. Figure di spicco furono l'Arciprete Bartolomeo Baldassari e Loreto Apruzzese. Il primo ebbe il merito di riordinare l'archivio parrocchiale. Morì di morte violenta, assassinato dal sanguinario bandito Gaetano Mammone. Loreto Apruzzese fu invece un giurista di fama che insegnò Diritto Civile presso l'Università di Napoli.

Con l'avvento dei francesi, siamo ai primi dell'Ottocento, Gallinaro non risentì subito degli effetti delle riforme, come quella riguardante l'abolizione del feudalesimo, anzi, fu unito al vicino Comune di San Donato, per ottemperare alla legge che un comune dovesse avere almeno 1000 abitanti.

Nel 1861, con l'Unità d'Italia, le cose non cambiarono né per il nostro Comune né per la Val di Comino, dove i sentimenti rimasero prevalentemente filoborbonici. Il nuovo Stato ridusse gli investimenti in Terra di Lavoro favorendo l'emigrazione. Una delle mete fu Parigi, dove molti gallinaresi trovarono lavoro come modelli, posando addirittura per il grande Rodin.

Fu il Novecento a portare novità e modernità. Furono creati l'ufficio postale, l'ufficio telegrafico, il "Circolo operaio XX settembre", il servizio di corriere, uno sportello bancario.

Il 21 aprile 1948, dopo un referendum, Gallinaro tornò Comune.    

Chiesa dei Santi Giovanni B. ED EV.    

La chiesa sorge sul sito e sulle mura del primitivo castello che, nel 1023, fu conquistato da mercenari normanni i quali, per ordine dell’Imperatore Enrico II, ne spossessarono i signori longobardi che lo detenevano per consegnarlo ai nipoti di Melo di Bari. La prima menzione della chiesa di San Giovanni risale a documenti del 1310 ma è probabile che si trattasse soltanto di una cappella all’interno del castello. 

Nel 1404 la cappella fu affidata alla giurisdizione dell’Arciprete di San Nicola e, successivamente, denominata Recettizia. Dopo quasi due secoli, il Principe di Conca Matteo di Capua, proprietario del ducato di Alvito dal 1592 al 1595, concesse il suo “casamento” in Gallinaro (e cioè il castello) al paese per farne una chiesa e i lavori di adattamento erano in corso nel 1595; sappiamo altresì che il Vescovo Salomone, nel corso della visita pastorale del 15/11/1596, entrò per la prima volta nella nuova chiesa di San Giovanni che aveva recentemente assunto il titolo di Parrocchia fino ad allora spettante alla più antica San Nicola. Sulla antistante gradinata, fino all’inizio del XIX secolo, si tennero le assemblee del Parlamento dell’Università di Gallinaro

Le strutture della chiesa furono inizialmente molto semplici e di esse fornisce un’idea approssimativa lo stucco (del XVII secolo) raffigurante il nostro paese e conservato nella villa del Duca Gallio sulle rive del Fibreno. L’edificio che oggi vediamo è frutto dei restauri del 1741 effettuati per iniziativa del sacerdote Saba Bevilacqua e ricordati in un’epigrafe posta sul lato destro della navata.

La facciata è segnata da grosse lesene. L’intera facciata è rivestita da intonaco e decorata con motivi floreali e con un puttino

Il campanile è incorporato nella facciata, sulla destra di chi guarda, e su di esso è collocato, dal 1730, l’orologio pubblico. All’interno, la chiesa si sviluppa su un’unica navata sulla quale si aprono due cappelle per lato. La copertura è costituita da una volta a botte articolata da archi aggettanti che accrescono il valore decorativo degli affreschi distesi sui cinque riquadri nei quali, a partire dall’ingresso, sono rappresentati: 
1°, Davide che suona la lira;
2°, Il sacrificio di Isacco;
3°, L’Assunzione della Madonna;
4°, San Pietro (sn), San Gerardo, Santo Stefano (dx); 
5°, I Santi Giovanni Battista ed Evangelista, tre puttini e lo Spirito Santo.  

Nella controfacciata è sistemato uno splendido organo con cantoria in legno databile all’inizio del 1700 mentre sui due lati della navata centrale sono situati un confessionale ed un pulpito in legno di ottima fattura riferibili agli ultimi decenni dello stesso secolo. Una elegante balaustra in marmo separa lo spazio riservato ai fedeli dal presbiterio. Il pavimento del presbiterio è in marmo bicromo posto in opera nel 1923 ma, al suo centro, è visibile un rosone calcareo del 1794 il quale costituiva l’ingresso alla cripta sepolcrale riservata ai sacerdoti (Regia Archipresbyterorum).

L’arredo del presbiterio è rappresentato principalmente da un altare in marmi policromi sul quale spicca un raffinatissimo tabernacolo, cesellato con tarsie d’argento e madreperla e decorato, all’apice, da un puttino. L’opera fu eseguita, nella seconda metà del Settecento da un artigiano di Pescocostanzo e per essa furono spesi 60 ducati. 

Santuario di San Gerardo Confessore

Il Santuario fu eretto nella prima metà del XII secolo nel luogo dove, nel 1102, erano stati sepolti Gerardo ed i suoi compagni Stefano e Pietro in pellegrinaggio verso la Terra Santa. Secondo il “Libretto gotico”, alcuni anni dopo, un altro pellegrino che giaceva malato nel paese ebbe la visione di Gerardo e, imploratolo, ne ottenne di essere prontamente risanato. Il prodigio non restò isolato e  commosse  il  popolo  di  Gallinaro al  punto  di  richiederne  la beatificazione che fu concessa dal vescovo di Sora Roffredo, verso il 1127. La notizia più antica della chiesa risale al 1259 ed è contenuta in un testamento conservato a Montecassino, con il quale Fra Rainaldo, eremita di San Gerardo, detta le sue ultime volontà in relazione ai propri beni. La presenza di eremiti nel Santuario è confermata dalla tradizione orale e dal toponimo “Vigna dei Santi” (Santi erano detti gli eremiti) attribuito ad un terreno presso la chiesa ancora nel catasto del 1764. Nel XIV secolo, giunsero in visita a Gallinaro alcuni parenti del Santo: nel 1355, Domenico De Gerardis che fondò la Cappella del Santissimo Sacramento e poi, nel 1376, Pietro ed Andrea De Gerardis i quali fondarono e dotarono l’Ospedale.

L’ultimo membro della famiglia del Santo che si fece vivo nel paese fu il gesuita John Gerard il quale, nel 1608donò il braccio d’argento che ancor oggi racchiude la reliquia.

Nel 1685, in occasione dei lavori di riparazione dell’altare, furono ritrovate al suo interno le ossa di Gerardo, Stefano e Pietro. Le reliquie furono esaminate da una commissione teologica e medica nominata dal Vescovo Guzzoni e, riconosciute appartenenti ai tre pellegrini ricordati nel “Libretto gotico”, ne fu autorizzata la venerazione. Le reliquie poste in tre urne furono collocate in tre nicchie scavate nella parete retrostante l’altare principale della chiesa di San Giovanni.

La devozione a S. Gerardo è viva soprattutto nei paesi della Diocesi di Sora ma sono molti i suoi fedeli anche in paesi di altre province: particolarmente note e attese sono le compagnie di pellegrini che giungono a Gallinaro il 10 agosto da Scanno, Pettorano sul Gizio e Minturno. Il lunedì di Pasqua si festeggia invece la traslazione del suo corpo nella chiesa maggiore

L’edificio attuale è naturalmente assai diverso da quello originario per effetto dei numerosi restauri succedutisi nei secoli e l’ultimo dei quali risale agli anni 1967-1972. La facciata rettangolare, rifatta nel 1742, è tripartita da lesene verticali in blocchi di tufo ed è sormontata da un timpano semicircolare raccordato da volute

L’interno si articola su tre navate lunghe e strette; la navata centrale è coperta da una volta a botte mentre quelle laterali sono coperte da cupole ribassate sulle campate. Il presbiterio è protetto da una volta a padiglione del 1713. La decorazione interna, vivace e policroma, è costituita da quadri ed affreschi; questi ultimi sono stati dipinti dal 1970 al 1972 dal pittore Secondo Raggi-Karuz. Degno di interesse è l'affresco della cupola dedicato ai “quattro pellegrini (Gerardo, Bernardo, Folco e Arduino), realizzato nel Settecento da un artista della scuola napoletana.

 

Testo: Comune di Gallinaro  

Foto di  Lauro Apruzzese, Luigi Vacana, Tonino Bernardelli, Italo Caira, che si ringraziano per averle concesse in uso alla Provincia di Frosinone. 

La Provincia non detiene i diritti d'autore delle foto pubblicate. Esse sono e restano di proprietà esclusiva degli autori.

Ultimo aggiornamento

Giovedi 19 Novembre 2020