Pofi e il Museo preistorico

ARGIL, un uomo di 400.000 anni fa, viveva nel territorio che ora è nel comune di Ceprano. Allora era una terra di un continente esteso, alberi di grandi boschi, fiumi e laghi, grandi mammiferi come gli elefanti e gli ippopotami, cervi e bovidi pascolavano seguiti dai carnivori in un paesaggio che a malapena riusciamo a immaginare e che i disegnatori ci aiutano a ricostruire visivamente. E poi le bande degli ominini …tra cui Argil forse in fuga tra le canne di un pantano e caduto in una fossa melmosa. L’acqua lo ha sommerso e poi il silenzio e il tempo hanno deposto strati di argilla in cui è fossilizzato. Fino a quando qualcuno ha disegnato il tragitto di una nuova strada e ha tracciato il segno della matita fino a sfiorare, senza saperlo, il punto in cui Argil da 400 mila anni riposava, fino a quando i mezzi meccanici lo hanno mancato per poco, fino a quando le piogge di marzo del 1994 hanno fatto cadere dalla sezione alcuni frammenti del cranio, fino al giorno in cui qualcuno, in seguito a ricerche archeologiche mirate che duravano in quella zona da più di 25 anni, ha visto e riconosciuto i primi frammenti… Italo Biddittu

Data:
23 Settembre 2020
Immagine non trovata

Pofi si presenta come meta suggestiva ed interessante, un colle che, Giambattista Marino, celebre poeta napoletano del 1600 in un suo sonetto dedicato a Pofi, definì “ameno”, mostrando il suo stupore di fronte alle bellezze naturali di questo angolo della Ciociaria.

Sorge su un vulcano spento e deve proprio a questa sua peculiare natura la fertilità del suolo. Ha il privilegio di sovrastare e di occupare una particolare posizione topografica mostrando la varietà di uno sfondo panoramico incantevole. Il nome di Pofi è attestato per la prima volta in un codice pergamenaceo dell’archivio di Montecassino datato all’anno 1019. Le ipotesi circa l’etimologia del nome sono varie: alcune testimonianze fanno derivare il nome da Polis (città) e Ophis (serpente), ipotizzando una colonia greca nel territorio, in realtà, però, non documentata dai reperti. Secondo alcuni studiosi, invece, il nome di Pofi deriverebbe dall’espressione hoi ap’ophios (quelli del serpente) in relazione al culto del dio Esculapio. L’ipotesi troverebbe conferma nello stemma di Pofi, costituito da una serpe avvinghiata a un albero di quercia.

Non esistono testimonianze su Pofi precedenti al periodo medievale, tanto che il paese non compare nei documenti epigrafici raccolti nel Corpus Inscritionum Latinarum, ed è ignorato dalle fonti di età classica. Tuttavia sul territorio sono stati rinvenuti reperti di epoca romana come giare per olio, tegole e terrecotte in contrada S. Benedetto. La prima testimonianza in cui appare Pofi come Castellum, è una bolla che Papa Urbano II diresse nell’anno 1097 al Vescovo di Veroli, dove si annovera Pofi (Pofhen) per la prima volta, tra le molte terre date a reggere a quel prelato.

I primi abitanti però forse presero dimora alle pendici del lato Est e Nord del colle dove sorge l’antica chiesa dedicata a S. Antonino martire, compatrono della terra di Pofi. Questo santo, pochi anni prima del suo martirio, in viaggio da Amalfi a Roma, passò per Pofi, dove operò un prodigioso miracolo facendo sgorgare acqua dal terreno per dissetare gli abitanti e i fedeli che lo seguivano.

La costruzione della Chiesa, dichiarata da anni monumento nazionale, risale probabilmente all’XI secolo, in stile romanico con annessa torre campanaria che presenta le caratteristiche finestre bifore. Notevole importanza riveste l’affresco, datato al 1433, conservato all’interno della Chiesa che raffigura il Giudizio Universale, probabilmente di scuola umbro-laziale, di notevole valore artistico.

Intorno alla seconda metà del XIII secolo il territorio di Pofi era dominato dalla potente famigli dei Caetani di Veroli; successivamente con la morte di Papa Alessandro VI passò sotto il dominio dei Colonna che divisero i loro possedimenti in due stati: quello a nord con Paliano e quello a sud con Pofi come capoluogo degli altri 14 comuni, comprendente le terre di Pofi, Sonnino, Ceccano, Patrica, Arnara, Falvaterra, Vallecorsa, Castro, Ripi, Santo Stefano, Giuliano, Morolo, Sgurgola e Supino. I Colonna restarono signori di Pofi fino al 1816, anno in cui rinunciarono alla giurisdizione di tutte le loro terre che, passarono sotto il controllo dello Stato pontificio.

La maggior parte dei monumenti conservatisi nel tempo sono concentrati nel centro storico del paese. Per centro storico un tempo si intendeva tutta la parte del centro abitato racchiusa nelle mura del fortilizio, parte tutt’oggi lambita da una circonvallazione, le cui uniche porte d’ingresso erano quelle dell’ “Ulivo” e del “Melangoro”.

La porta dell’ “Ulivo”, una delle due che conducevano al fortilizio, venne demolita nel 1872, per la costruzione di un’ opera muraria detta “ferro di cavallo”, allo scopo di raccordare meglio la Piazza del mercato con il centro medievale.

Di fronte al muro sorgeva un tempo la vecchia chiesa di san Rocco costruita intorno al 1656 dai sopravvissuti ad una terribile pestilenza che colpì due terzi della popolazione pofana e nel rispetto della tradizione la chiesa fu riedificata fuori della cinta muraria nel 1955, forse per rispettare una vecchia consuetudine secondo la quale le chiese dedicate a S. Rocco, protettore della peste, dovevano essere costruite in luoghi lontani dai centri abitati, per permettere la pratica del culto anche alle persone affette dalla terribile malattia.

L’altra porta di accesso al castello era quella detta del Melangoro, costruita in basalto nero locale, con doppio passaggio perpendicolare e tripla chiusura difensiva. Le mura castellane erano punteggiate da “Torrioni”. Il “Torrione Ceccarelli” a controllo della Porta dell’Ulivo e il “Torrione Tazzola” a difesa della “Porta del Melangoro”.

La limitata espansione della città medievale seguì un andamento ovoidale attorno al primitivo nucleo fortificato, con case-torri a difesa della linea più esterna dell’abitato. La parte alta del paese è occupata dalla Rocca, costruita nell’XI secolo per scopi militari e circondata da possenti mura. Tutto l’abitato fu edificato utilizzando basalto locale, ovvero un tipo di roccia grigia o nera prodotta dalle eruzioni del vulcano di Pofi e comprendente la Torre o Bastione Pentagonale, la Torre dell’Orologio, la Chiesa di S. Maria Maggiore e il Palazzo Baronale.

La Torre Pentagonale rappresenta la costruzione più antica di tutto il fortilizio posto a protezione delle mura. I piani inferiori della Torre Mastra erano adibiti a carcere. Nel 1827, i locali di questa struttura furono acquistati dalla comunità di Pofi ed adibiti ad uffici comunali.

La Torre dell’Orologio venne eretta come sopraelevazione di una cappella preesistente, intorno al 1300, in occasione del restauro di tutto il fortilizio. La tesi è avvalorata dalle evidenti tracce della precedente copertura. Essa era adibita a posto di guardia e di osservazione della vallata. È a pianta quadrata alta 25 m e realizzata in pietra basaltica locale. Al suo interno si riscontra un magnifico affresco di Gesù Crocifisso, di autore ignoto.

Il Palazzo Baronale fu, per molto tempo, la residenza ufficiale dei Colonna come ci conferma lo stemma posto sulla porta di accesso. Risulta che venne restaurato intorno al 1300 ed era costituito da camere, sale, corridoi, forni, mulini e due torri dette Torre Mastra e Torre Vecchia, contenenti delle cisterne.

La Chiesa di Santa Maria Maggiore fu costruita nell’ampia piazza dello stesso castello. Essa fu riedificata sui resti di una vecchia chiesa risalente al 1300, ampliata con un nuovo disegno dell’arch. Giovannini nel 1735 e dedicata a S. Maria Assunta. Questa ricostruzione settecentesca, con triplice porta nella facciata, è di stile barocco. L’interno è ampio e descrive una croce latina, ha nel centro una magnifica cupola dalle linee snelle, luminose e ben modellate e, la circonferenza di base è contornata da stuccature raffiguranti pregevoli motivi decorativi. Si estende in tre navate contenenti sei cappelle laterali.

Eleonora Campoli
Relazione presentata al convegno “Il colle di Pofi tra preistoria, storia e natura: una realtà nell’Ecomuseo Argil”, Pofi 4 dicembre 2010

Per approfondimenti:

Comune di Pofi

Il Museo Preistorico di Pofi

Il Museo preistorico di Pofi, importante struttura museale del basso Lazio, tra le più significative d’Italia, ospita 40 espositori che illustrano tutta la preistoria del Lazio meridionale a partire da un milione di anni fa. Il museo ospita la calotta cranica dell’Uomo di Ceprano, Argil, il più antico reperto fossile d'Italia e tra i più antichi d’Europa, oltre 400 mila anni, ritrovato dal Prof. Italo Biddittu nel 1994.

Fondato da Pietro Fedele nel 1959 come museo di antichità di Pofi, nato quindi come museo civico, rappresenta attualmente il centro di raccolta ed esposizione dei ritrovamenti preistorici di gran parte del territorio del Lazio meridionale e ciò in seguito agli importanti risultati ottenuti con ricerche e studi che durano ormai da oltre cinquanta anni.
E’ ospitato nella nuova sede del Centro Polivalente in via S. Giorgio e si affianca alla moderna biblioteca e all’archivio storico. E’ stato aperto al pubblico alla fine di marzo 2001 e si sviluppa su una superficie di circa 350 mq con 40 espositori.

Il piano di allestimento scientifico, elaborato da Italo Biddittu, approvato e finanziato dalla Regione Lazio e dalla Comunità Europea, prevede un percorso espositivo articolato in quattro sezioni:

  • la prima sezione, introduttiva, sui problemi generali e sull’evoluzione degli aspetti morfologici del territorio: scenario, nei tempi variabile, in cui uomini e animali ora estinti hanno effettuato la loro comparsa;
  • la seconda sezione rappresenta una sintetica illustrazione dei problemi dell’origine dell’uomo in Africa, del popolamento in Asia e nel Medio Oriente, quindi l’arrivo dell’uomo in Europa. Questa sezione è illustrata con l’esposizione di calchi di ominidi fossili dagli Australopiteci (Lucy, A. africanus, A. robustus ) all’Homo erectus, attraverso fossili asiatici ed europei;
  • la terza sezione inizia proprio da questo punto: dopo l’illustrazione dell’Uomo di Ceprano (450.000 anni), che costituisce una delle testimonianze più antiche della presenza umana in Europa, il percorso espositivo prosegue con la presentazione dei giacimenti di Ceprano-Campogrande, Arce, Anagni-Colle Marino, Castro dei Volsci. Da questi giacimenti provengono manufatti in pietra e rare faune che confermano la presenza dell’uomo nell’Italia centrale tra un milione e 600 mila anni fa.

Segue quindi la fase successiva, caratterizzata dalla presenza di manufatti litici più elaborati in cui assume particolare significato tipologico e cronologico l’amigdala. Nel Lazio meridionale interno questa fase è diffusa su vaste aree, da Anagni a Cassino, ed è perdurata per lungo tempo (tra 450 mila e 350 mila anni).

Nei siti in cui si trovano le testimonianze (Anagni-Fontana Ranuccio, Ceprano-Campogrande e Colle Avarone, Isoletta, S.Giovanni Incarico – Lademagne, Pontecorvo, Pignataro Interamna) sono anche frequenti resti fossili di animali (Elefanti, Buoi, Cervi, Cavalli, Ippopotami, Rinoceronti…) che testimoniano le variazioni del paesaggio, degli ambienti e del clima col trascorrere dei millenni.
In questa fase si collocano i resti umani di Anagni-Fontana Ranuccio, rappresentati da quattro denti datati 410.000 anni. Ampio spazio è dato nel museo alla esposizione di faune fossili e manufatti litici provenienti dai recuperi e dagli scavi della Soprintendenza Archeologica del Lazio lungo il percorso T.A.V., soprattutto dai giacimenti di Castro dei Volsci e di Isoletta.

  • la quarta sezione è quella dedicata a Pietro Fedele.

Qui sono esposti soprattutto i reperti preistorici provenienti dal territorio di Pofi: le faune, i manufatti e i resti umani di Cava Pompi (Uomo di Pofi, datato tra 400.000 e 350.000 anni), faune e manufatti su osso dal Fosso Meringo, una scelta dei manufatti del Paleolitico medio e superiore provenienti dalle ricerche di superficie e per finire le punte di freccia e i manufatti litici dal Neolitico all’età dei metalli che concludono il percorso didattico.

Gli espositori sono stati realizzati in modo da prevedere una sezione tattile per bambini e per non vedenti con testi in Braille. Il percorso didattico del museo presenta materiali di grande interesse per la preistoria italiana, che sono stati riconosciuti e studiati da vari enti come l’Istituto Italiano di Paleontologia Umana e la Soprintendenza Archeologica del Lazio, e tuttora il Museo è un centro di raccolta, studio ed esposizione dei ritrovamenti preistorici di gran parte del Lazio meridionale interno.
Il museo ha avuto rapporti di collaborazione anche con il museo preistorico Luigi Pigorini di Roma e con istituzioni internazionali come il Centre Europèen de Recherches Prèhistoriques de Tautavel e l’Università di Tarragona in Spagna.

Gruppi di studiosi francesi, georgiani (Caucaso) e spagnoli hanno effettuato nel Museo ricerche e studi nell’ambito di un piano di collaborazione internazionale. A loro si affiancano naturalmente studiosi italiani specialisti di varie discipline connesse agli studi sulla preistoria.

Per approfondimenti: https://comune.pofi.fr.it/per-i-visitatori/il-museo-preistorico/

Foto di Graziano Rinna, Emilia Trovini,  Enzo Sorci, Fabrizio Monti, Pietro Scerrato, Pio Michele Di Turi, Riccardo Fusco, che si ringraziano per averle concesse in uso alla Provincia di Frosinone.   

La Provincia non detiene i diritti d'autore delle foto pubblicate. Esse sono e restano di esclusiva proprietà dell'autore.

Ultimo aggiornamento

Mercoledi 15 Settembre 2021