Alvito e il Castello Cantelmo

Situato nella Valle di Comino, fa parte del Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise e della XIV Comunità Montana Valle di Comino. Ha il titolo di città in virtù sia del regio dispaccio del 1739 di Carlo VI sia del regio diploma del 1744 di Carlo III, come confermato con decreto del presidente della Repubblica Italiana del 4 giugno 1987.

Data:
23 Settembre 2020
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Le prime testimonianze della presenza di un paese (Civitas Sancti Urbani) risalgono al 967, mentre la fondazione del primo nucleo insediativo di "Alvito", il cui nome sembra derivare da mons Albetum (monte Albeto), posto alle sue basi, rimonta all'anno 1096.

Nei secoli successivi lo sviluppo demografico ed economico della zona superiore della città (l'attuale frazione Castello) portò alla nascita di altri centri delle vicinanze, tuttora esistenti. Nel corso del XIII secolo la signoria di Alvito passò sotto il dominio della potente famiglia dei conti d'Aquino, e dalla fine del Trecento venne posta sotto il governo della famiglia Cantelmo, trasformandosi all'inizio del XV secolo in Contea. A Rostaino Cantelmo si deve, nel 1350 la ricostruzione del Castello, distrutto nell'anno precedente da un terremoto.

Nel corso del Cinquecento, dopo essere passata al condottiero Pietro Navarro, la Contea di Alvito entrò nel dominio della famiglia Folch de Cardona, in particolare di Raimondo, viceré di Napoli, e dei suoi figli Ferrante e Antonio. Con questi ultimi, tuttavia, attraversò un periodo di generale degrado. 

Dal 1595 Alvito e buona parte della Valle di Comino diventano feudo della famiglia Gallio, originaria di Cernobbio, che reggerà le sorti del ducato sino alla fine del XVIII secolo. I Gallio abbellisco il paese, ad esempio costruendo il palazzo ducale (Palazzo Gallio) e aprendo, nel 1665, Via Gallia (oggi Corso Gallio), la strada principale, e ne vivacizzano la vita culturale.

Nel corso del XIX secolo, la cittadina registra, in linea con la storia europea, la crescita della borghesia e la modificazione del tessuto urbanistico. Da un lato vede la costruzione di edifici signorili sul corso principale (come ad esempio i palazzi Graziani e Sipari eretti, rispettivamente, nel 1841 e nel 1858), che decretano la spinta economico-sociale nella parte "bassa" del centro, dall'altro vi è l'acquisizione dei segni di una vita civile propri dello spirito borghese, con la costruzione di nuove arterie stradali (in particolare il collegamento Alvito-Castello, terminato nel 1914) e l'istituzione di servizi primari (Ospedale, Pretura, Liceo, Scuola d'agricoltura). 

Nella seconda metà dell'Ottocento, si registra in Alvito e in tutta la Valle di Comino un'impennata dell'economia, fondata prevalentemente sull'agricoltura, ma anche, accanto allo stagionale migrazione di buona parte della popolazione bracciantile nella campagna romana, i primi fenomeni di emigrazione sia verso l'Europa che verso gli Stati Uniti d'America.

Nel 1919, su iniziativa di Vincenzo Mazzenga, vi fu istituita la prima colonia agricola di Terra di Lavoro, per gli orfani dei contadini periti nella prima guerra mondiale, che rimase attiva sino alla metà degli anni trenta. Durante la seconda guerra mondiale, nonostante la vicinanza con il fronte di Cassino e la presenza di un comando tedesco, Alvito fu risparmiata dagli attacchi aerei

Mentre è stata più volte colpita da eventi sismici, i principali dei quali registratisi nel 1901, nel 1915 e nel 1984, che fortunatamente non ne hanno intaccato il patrimonio storico-artistico. A causa della mai cessata emigrazione, indotta prevalentemente dall'assenza di lavoro, così come avviene in altre piccole realtà meridionali, e nonostante il territorio ricada nel Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, Alvito subisce da tempo un costante spopolamento.

Castello Cantelmo (fine XI sec.)

Il Castello Cantelmo di Alvito è un'antica fortezza posta sulla cima di un colle sovrastante la piana d'Alvito, che si sviluppa in direzione nord-est sud-ovest, dove è pure l'abitato di Castello, frazione intramoenia di Alvito e centro di fondazione dell'attuale città, uno dei primitivi abitati sorti dopo il disfacimento della benedettina Civita di Sant'Urbano. Dagli anni novanta è di proprietà del Comune di Alvito, che sta provvedendo a ricostruirlo nelle parti andate, col tempo, distrutte, e a riconsolidare quanto rimasto, per promuovervi incontri culturali e manifestazioni sociali. È anche conosciuto col nome di Castello di Alvito, benché amministrativamente si indichi in tal senso l'intera frazione alvitana in cui è sito il maniero.

Ancora alla fine del XIX secolo il castello doveva apparire grossomodo integro delle sue strutture e conservare tutta l'imponenza originaria. Diversi terremoti del XX secolo e anni di abbandono però causarono il crollo e la perdita degli elementi architettonici più vistosi, dal maschio alle merlature.

La struttura architettonica è costruita secondo i modelli dell'economia militare e non ha subito interventi di restauro filologico o manieristico come successo ad altre strutture simili e conserva quindi tutte le forme medievali. Gli elementi principali sono i sistemi difensivi, disposti progressivamente da un perimetro esterno al centro e l'edificio in cui risiedevano i castellani. 

Una prima cerchia muraria alta cinque metri circonda tutta l'area su cui si è sviluppato il castello, di forma trapezoidale, ricavata spianando la cima del colle; alle prime mura, che si innalzano per cinque metri, corrispondeva un fossato profondo altri cinque nel lato che dà verso il centro abitato. 

Una seconda cerchia muraria proteggeva l'edificio vero e proprio, protetto da quattro muraglioni a scarpa, con quattro torri angolari alte 14 metri e larghe 11 di circonferenza alla base e 9 alla cima

Al centro della seconda cerchia si ergeva un edificio quadrangolareil maschio, che si innalzava per 11 metri più in alto rispetto al resto del castello: al lato sud dell'edificio dovevano trovarsi le stanze della nobilità, mentre nei restanti locali risiedeva la servitù e le guardie

Una torre ottagonale ne proteggeva l'accesso.

Dagli anni Novanta il castello è di proprietà del comune di Alvito, che sta provvedendo a ricostruirlo nelle parti andate, col tempo, distrutte, e a riconsolidare quanto rimasto. I primi interventi risalgono al 1994 e sono stati affidati dalla Provincia di Frosinone all'architetto Giulio Rossetti, che ha curato la ricostruzione, con le pietre originarie, di parte delle torri, delle merlature e dei principali ingressi, ripulendo gli accessi e restaurando le volte principali. 

Alcuni ambienti sono ancora in fase di ricostruzione. La struttura ospita nel periodo estivo una manifestazione culturale denominata Castello Reggae, in cui diversi musicisti si esibiscono con composizioni e performance di ispirazione caraibica, con gli strumenti e i suoni tipici della musica reggae, dello ska e del rhythm and blues. In uno dei cortili interni è stata installata una voliera.

Convento di San Nicola (XVI sec.)

Il Convento di San Nicola è un ex convento dei francescani conventuali della città di Alvito, di origini cinquecentesche, ma con rifacimenti settecenteschi, a cui è annessa l'omonima chiesa. È oggi un edificio pubblico, per buona parte di proprietà dell'amministrazione provinciale di Frosinone, con all'interno un istituto tecnico statale per l'agraria, mentre la chiesa appartiene al "Fondo edifici di culto" che afferisce al Ministero dell'interno.

L'edificio fu costruito del 1516 con le rendite della chiesa di Santa Maria del Campo, prepositura benedettina nella Valle di Comino, ricondotta da allora all'amministrazione cittadina alvitana. Il convento fu edificato fuori dalle mura, alle pendici del colle su cui giace la città, su una propaggine che si spinge nella sottostante piana di Alvito. Viene citata la sua ricchezza, testimoniata anche dalla sontuosità dell'edificio.

Ampliato e restaurato nel 1720, nella seconda metà del XVIII secolo il pontefice Clemente XIV, che vi aveva passato un anno come maestro dei novizi, lo fece arricchire e ornare di numerose opere d'arte, tanto che fu chiamato il "il piccolo Montecassino".

Le strutture architettoniche presentano forme artistiche vicine al tardo-barocco romano o barocchetto

Di interesse artistico nell'edificio si ricordano il chiostro, rimaneggiato dopo recenti restauri, e un bel portone d'ingresso. La chiesa, ad una sola navata, è posta al lato settentrionale dell'edificio. Custodiva un tempo due quadri di Raffaello.

Insigne Collegiata di San Simeone Profeta

Ricordata già nel 1101, sin dall’inizio fu chiesa parrocchiale del rione omonimo. Nel 1296 Bonifacio VIII le accordava molti privilegi. Nel XVII secolo era già collegiata, il cui capo è l’unico a potersi fregiare del titolo di arciprete.

Altri privilegi liturgici le furono concessi da pio VII nel 1830. Dell’antico costruzione è rimasta solo la base del campanile, mentre tutta la chiesa è stata ricostruita nel 1527, con l’innesto della cupola all’incrocio tra navata e transetto.

La veste attuale è settecentesca, con la decorazione del soffitto a cassettoni e gli stalli lignei del coro. Nel 1656 vi fu traslato il corpo di S. Valerio, protettore del paese.

Palazzo Ducale (fine XVI-inizio XVII sec.)

Palazzo Gallio (o Palazzo ducale) è la sede del Municipio di Alvito. 

Prende il nome dalla famiglia Gallio, originaria di Cernobbio, che infeudò Alvito e buona parte della Valle di Comino dal 1595 al 1795. Il palazzo sorge nell'odierna Piazza Guglielmo Marconi, alla confluenza tra Corso Mario Equicola e Corso Gallio. Vi ha anche sede, con accesso a parte, nel lato destro dell'edificio che dà su Piazza della Vittoria, il G.A.L. "Versante laziale del Parco nazionale d'Abruzzo".

Fu costruito, in più volte, dal 1596 alla metà del Seicento.

In particolare, secondo lo storico Domenico Santoro, i lavori del palazzo vennero ultimati da Francesco Gallio nel 1633.

Da piazza Marconi vi si accede attraverso un porticato detto “le logge” - fatto costruire da Tolomeo II Gallio, figlio di Francesco, intorno al 1668 - alla sinistra del quale è stata posta, nel 1907, un'iscrizione lapidea in memoria di Mario Equicola. Nell'androne si sviluppa un affascinante coevo scalone: alla sua a metà, si legge un'ulteriore epigrafe volta a ricordare i 21 alvitani che, nel 1839, acquisirono il palazzo per donarlo alla municipalità come sede dell'amministrazione civile e giudiziaria.

Infatti, dopo l'eversione della feudalità (1806-1808), il palazzo restò nominalmente ad uno degli eredi dei Gallio, vale a dire Carlo Pignatelli, duca di Montecalvo, al quale però fu espropriato e messo all'asta, nel 1839, presso il tribunale civile di Terra di Lavoro, con sede in Santa Maria Capua Vetere. Al primo grado dell'incanto risposero, vincendo, con la cifra di 4701 ducatidue esponenti della borghesia armentaria abruzzese, i cugini Pietrantonio Sipari di Pescasseroli e Marco Graziani di Villetta Barrea. Essi, tuttavia, decisero di desistere, nel grado successivo (il cosiddetto "grado di sesto"), trovandosi di fronte il predetto gruppo di alvitani, rappresentati all'incanto da Giuseppe Mazzenga.

Palazzo Gallio fu, in tal modo, acquistato dagli alvitani per la cifra di 6402 ducati.

Alla fine della scalinata si trova l'ex “Sala del Trono”, con soffitto a padiglione, oggi splendida cornice di forma rettangolare del Teatro comunale di Alvito

Sulla destra, invece, si accede sia agli uffici dell'amministrazione comunale, sia all'antica “Galleria”, che ospita le assise del Consiglio comunale.

Questo lungo e ristretto salone, in cui spicca un bel camino settecentesco, è contornato da dipinti realizzati da allievi della scuola di Luca Giordano.

Ancora sulla destra della galleria-sala del Consiglio si accede ad un'ampia stanza in cui è ospitata la mostra permanente di criptozoologia, realizzata nel 1999 nell'ambito delle iniziative del Parco nazionale d'Abruzzo. Nella stessa stanza si affaccia, oltre all'ufficio del settore urbanistica, anche una porta che immette, attraverso una scala a pioli, in quella che un tempo era la sala da letto del Duca, oggi sede all'Archivio storico comunale.

Ritornando indietro, e percorrendo gli uffici dell'amministrazione e dell'anagrafe, si trova alla fine del primo piano l'Ufficio del Sindaco, l'antico "Gabinetto", sul cui soffitto risplende la copia - gli originali, infatti, sono andati perduti - di affreschi ispirati al poema Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. 

 

Testo: Wikipedia

Foto di Tonino Bernardelli, Luca Bellincioni, Italo Caira,  Emilia Trovini, Enzo Sorci, Fabrizio Monti, Daniele De Rubeis, Vincenzo Corona, Lauro Apruzzese, che si ringraziano per averle concesse in uso alla Provincia di Frosinone.

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Ultimo aggiornamento

Giovedi 19 Novembre 2020