Arpino, la Città di Cicerone, con l'Acropoli di Civitavecchia e l'Arco a Sesto Acuto (VII - VI sec. a.C.)

Di particolare significatività è la presenza di un "arco a sesto acuto", unico sopravvissuto nel suo genere in tutta l'area mediterranea. Tra i monumenti più interessanti c'è la Civitas Ciceroniana, la torre medioevale dell'Acropoli di Civitavecchia

Data:
23 Settembre 2020
Immagine non trovata

La città di Arpino si sviluppa sul versante sinistro della media valle del fiume Liri, su di un sistema collinare ad un'altitudine di circa 450 m. s.l.m. Il centro è dominato dall'Acropoli, detta Civitavecchia (650 m).

II fascino degli antichi monumenti costituisce un'irresistibile attrattiva per chiunque giunga in questa località, rinomata a livello internazionale per il CERTAMEN CICERONIANUS ARPINAS, gara di traduzione dal latino promossa per la prima volta nel 1980; la competizione si svolge a metà maggio e vede la partecipazione di studenti di tutta Europa.
Profondamente connesso al mondo classico è anche il CONVIVIUM ARPINAS -'A cena nell'antica Arpino'-, tra ottobre e novembre.

Di altissimo livello sono le periodiche mostre artistiche organizzate dalla "Fondazione Umberto Mastroianni".

La domenica successiva al ferragosto si svolge la festa dei Gonfaloni: i rappresentanti delle contrade, vestiti con i costumi tipici, si contendono un drappo dipinto a mano, il gonfalone, gareggiando in vari giochi popolari, come la Corsa delle carriole, quella degli asini, canti e balli in costume tradizionale e la Corsa con la Cannata. Si tratta di una gara solo femminile che consiste nel percorrere le tortuose e scoscese vie del paese con le ciocie ai piedi e sul capo un’anfora colma d’acqua del peso di 12 kg. Ovviamente bisogna arrivare al traguardo senza farla cadere. Il periodo natalizio è allietato invece da un suggestivo presepe vivente.            

Cenni Storici

Non si conosce l'esatta età della fondazione di Arpino, anche se ritrovamenti archeologici ne dimostrano le origini volsche, popolo di origini incerte a cui sono connesse le vicende dei rostri del foro (preda romana dopo la battaglia navale al largo di Anzio) e di Coriolano. Le tradizioni locali, e una serie di iscrizioni ancora visibili, fanno risalire la fondazione della città al dio Saturno o ai Pelasgi, analogamente alle altre città del Lazio meridionale cinte da possenti mura megalitiche e dette città saturnie.

Tale tradizione di fondazione, unitamente alla fierezza per i tanti figli illustri che hanno contribuito alla crescita e alla grandezza di Roma antica, è scolpita in una orgogliosa lapide in lingua latina posta sulla porta medievale di ingresso da est ad Arpino, detta Porta Napoli; la traduzione italiana suona così:

O VIANDANTE, STAI ENTRANDO IN ARPINO, FONDATA DA SATURNO, CITTA' DEI VOLSCI, MUNICIPIO DEI ROMANI, PATRIA DI MARCO TULLIO CICERONE PRINCIPE DELL'ELOQUENZA E DI CAIO MARIO SETTE VOLTE CONSOLE. L'AQUILA TRIONFALE, PRESO IL VOLO DA QUI ALL'IMPERO, SOTTOMISE A ROMA TUTTO IL MONDO. RICONOSCI IL SUO PRESTIGIO, E VIVI IN SALUTE.

Fu teatro e obiettivo di scontri tra Romani e Sanniti, fino ad essere conquistata dai primi nel 305 a.C. Due anni dopo ottenne la cittadinanza romana sine suffragio e divenne prefettura. Nel 188 a.C. ottenne definitivamente la cittadinanza romana. La sua importanza crebbe fino ad ampliare il suo territorio che raggiungeva a nord-ovest l'attuale Casamari (anticamente Cereatae) e a sud Arce.
                     
Gaio Mario, che ne fu illustre cittadino (e il cui nome è ancor oggi ricordato non solo nell’etimologia della località arpinate di nascita, Casamari, (Casa Marii, per l’appunto), ma persino nell’etimologia della regione francese della Camargue (Caii Marii Ager), donò alla città alcuni territori conquistati nella Gallia Narbonense dopo la Battaglia dei Campi Raudii del 101 a. C. Con Silla iniziò la sua lenta decadenza che si protrasse durante l'epoca imperiale. 

Anche l'avvocato, politico e filosofo romano Marco Tullio Cicerone nacque ad Arpino nel 106 a.C.; egli è una vera gloria di Arpino, e la sua città fu spesso citata nelle sue opere con orgoglio e anche con nostalgia. In tempi moderni è stato dato il suo nome al corso principale della città, allo storico Convitto nazionale Tulliano, al Liceo Ginnasio Tulliano, alla Torre medievale dell'Acropoli di Arpino e a diverse altre istituzioni, circoli, scuole, persino persone.

Nella stessa Acropoli si narra esistesse una sua casa, presumibilmente nell'attuale via Cicera, adiacente al cosiddetto Muro Cicero, probabilmente appartenuta alla nobile ed estinta famiglia arpinate dei De Bellis fino al diciottesimo secolo, e ora ridotta a rudere, nonostante la famosa scrittrice e viaggiatrice Marianna Candidi Dionigi, nel suo diario di viaggio intitolato Viaggi in alcune città del Lazio che diconsi fondate dal re Saturno, edito a fascicoli intorno al 1809, a pagina 51, ritenga di aver individuato tale casa e la piccola via adiacente, composta di pietre simili nel taglio a quelle della via Appia, ne descrive l'emozione, loda gli arpinati per l'orgoglio che mostrano per tante vestigia e ne riproduce persino l'allocazione nella sua bellissima Mappa di Arpino riportata nel volume predetto a pagina 46.

Nell'Alto Medioevo le sue mura fortificate ne fecero un centro di rifugio e difesa dalle invasioni barbariche. In questo periodo Arpino fu più volte contesa tra il Ducato romano, il Ducato di Benevento, l'invasione dei Franchi (860), le scorrerie dei Saraceni. 
                           
Dopo il 1000 divenne territorio dei Normanni, poi degli Svevi e del Papato e dovette subire due distruzioni: la prima nel 1229 con Federico II e la successiva nel 1252 a opera di Corrado IV. In questa seconda occasione i danni furono molto rilevanti: la città fu rasa al suolo e furono irrimediabilmente perdute molte delle antiche testimonianze romane. Gli abitanti trovarono rifugio nella vicina località fortificata di Montenero; oggi nella frazione omonima ci sono i resti di un'antica torre.

Nel 1580 Arpino entrò a far parte del Ducato di Sora, feudo parzialmente autonomo del Regno di Napoli. Il Ducato fu soppresso nel 1796 e con esso Arpino entrò a far parte prima del Regno di Napoli e poi del Regno delle Due Sicilie, fino al 1860. Entrò a far parte della Provincia di Terra di Lavoro, in Campania, fino al 1927, dopodiché, con l'istituzione della Provincia di Frosinone, divenne parte di questa nuova provincia laziale. 

Recenti scavi hanno portato alla luce in Piazza Municipio un tratto dell'antico basolato romano. Il lastricato è sistemato in vari strati con relativa "cloaca" il cui tracciato, risalente al I sec. a.C, corre sotto il suolo di Arpino lungo tutto l’asse est-ovest dell’antico decumano. 

L'Acropoli di Civitavecchia   

L'Acropoli di Arpino è un sito archeologico prossimo al centro abitato di Arpino, uno dei più importanti per la conoscenza dell'architettura megalitica del Lazio meridionale, non solo per la grande estensione delle mura ma anche per la loro vetustà, maggiore di quella di altri siti (collocabile secondo alcuni in piena età del ferro, VIII/VII secolo a.C.), e classificabili secondo la scala ideata da Giuseppe Lugli nella seconda maniera.

La civitas vetus della città, tipico esempio di fortificazione volsca, rappresenta una delle cinte murarie meglio conservate costruite in opera poligonale in epoca preromana.  Essa  fu, probabilmente, il nucleo originario del primitivo insediamento volsco (popolo del VII-VI sec. a.C.).

Di particolare significatività è la presenza di un "arco a sesto acuto" unico sopravvissuto nel suo genere in tutta l'area mediterranea. Trattasi di un tipico arco a mensola, che viene a costituire una porta cosiddetta scea.  

* L’elemento architettonico più significativo del passaggio dei Volsci su questo colle, oltre alle mura poligonali, è rappresentato dal bellissimo arco a sesto acuto posto all’ingresso della cittadella. Alto 4,2 metri, è formato dalla sovrapposizione di diversi blocchi di pietra che vanno restringendosi verso l’alto conferendogli quella tipica forma. Nel corso del XVI secolo, questo rarissimo esempio di arco, fu “atrocemente” chiuso da un bastione difensivo di forma semicircolare, ora in gran parte demolito. Attraversato l’arco, che tra l’altro era la porta d’ingresso dell’antica acropoli, si trova, sul lato sinistro, una torre a base quadrangolare che serviva per la difesa del “castrum” successivamente racchiuso da mura del periodo medievale. Ridotte a semplici ruderi, queste mura, che appaiono in più punti sovrapposte a quelle poligonali, racchiudevano, oltre a Civitavecchia, il primo nucleo di Arpino. **  Testo da * a ** Lazionascosto.it

La gr
andiosità di queste mura, che si trovano pure in altri paesi dei Volsci (Atina, Aquinum, Sora, Signia, Arcis) e degli Ernici (Aletrium), ha suggerito alla fantasia popolare il nome di mura pelasgiche (in ricordo dei preellenici, mitici Pelasgi) o ciclopiche (i giganti omerici). E' però, più giusto, chiamare questo tipo di mura "poligonali" proprio per la forma che presentano gli enormi massi, sovrapposti l'uno sull'altro senza alcun legame di malta. 

Oltre all'Arco a sesto acuto e alle mura poligonali, con vari torrioni strategici aggiunti nell'età moderna (probabilmente a cavallo tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo), ci sono altri monumenti di grande interesse all'interno dell'Acropoli.
          
Tra i più importanti c'è la  "Torre di Cicerone", restaurata nel 2011 (residuo di un castello merlato medievale di cui si conserva sul retro della torre una piccola piazza d'armi con cisterna e ruderi delle fondazioni delle altre torri).

Al fianco dell'arco a sesto acuto incontriamo un gioiello settecentesco: la chiesa della SS. Trinità o del Simulacro del Crocifisso. Ancora oggi di proprietà della famiglia Pesce, essa fu fatta costruire nel 1720 dal Cardinale Giuseppe Pesce, maestro e rettore della Cappella Pontificia.   E' di stile romanico con pianta a croce greca. La cupola è sollevata su quattro pilastri centrali. Il paliotto dell'altare, dipinto con i fiori, fa da sfondo alla piccola chiesa. A fianco, due grandi affreschi: a destra L'Immacolata, a sinistra S. Giuseppe. 

Si arriva, poi, alla chiesa di S. Vito del XVI secolo, a tre navate.  Ha una bella facciata e campanile del XVII/XVIII secolo in puddinga di Arpino, un interno pesantemente rimaneggiato in epoca moderna e una pala d'altare del Cavalier d'Arpino raffigurante i Santi Vito, Modesto e Crescenzia del 1625/1627.

Piazza Municipio

*Centro della vita sociale, culturale e religiosa cittadina, la Piazza Municipio sorge sul sito dell'antico Forum romano, situato all'incrocio tra gli assi viari principali del decumanus, che comprende le odierne vie Giuseppe Cesari e dell'Aquila Romana e del cardo, corrispondente al tracciato dell'attuale Via del Liceo.

Nel centro della piazza è visibile un  tratto dell'antico basolato romano, venuto recentemente alla luce (2006) durante le opere di riqualificazione urbana del centro storico cittadino. Da notare i vari strati su cui il lastricato è sistemato e  la perfezione della cloaca. Un altro tratto, portato a livello strada, si può vedere in via dell'Aquila Romana. Un tempo parzialmente inglobata nel cortile di Palazzo Boncompagni, la piazza deve la sua sistemazione definitiva e il suo ampliamento al periodo della dominazione francese (1811-1814), quando assunse la sua attuale fisionomia architettonica ed urbanistica, recuperando la primitiva funzione di centro della vita cittadina.

Arrivando dalla via Giuseppe Cesari, che collega il centro con Fuoriporta, si nota sulla sinistra il monumento in bronzo a Caio Mario (1938). Di seguito, si erge la settecentesca facciata della Collegiata di S. Michele Arcangelo, dalle linee sobrie e regolari inframmezzate da elementi decorativi barocchi.

Sulla destra, ad angolo con la Via Cesari, il porticato dell'edificio che ospita il Liceo Ginnasio-Convitto Nazionale Tulliano. Questo celebre luogo d'istruzione è l'erede del secentesco Collegio dei  SS. Carlo e Filippo, a lungo diretto dai Padri Barnabiti. Nel 1814 Gioacchino Murat, allora Re di Napoli, lo costituì "collegio con convitto", riorganizzandone i programmi di studio sul modello dei licei francesi e trasferendone le competenze allo Stato. Nel 1820 l'istituto venne trasferito nel monastero soppresso delle Cappuccinelle, sede che venne di seguito ampliata con l'aggiunta dei locali dell'ex Teatro cittadino, caratterizzati dall'ampio ed elegante porticato esterno, fino a raggiungere, nel 1890, l'attuale aspetto.

La tradizione di studio del Tulliano, tutt'ora assai prestigiosa, rivive ogni anno nei giorni del Certamen Ciceronianum Arpinas, che richiama giovani liceali di tutto il mondo che si cimentano su opere di Cicerone, confermando Arpino ed il suo Liceo come veri centri internazionali per la diffusione della cultura classica. Sulla facciata del "Tulliano", a sottolineare il suo legame con un'illustre tradizione, sono collocati all'interno di nicchie ovali i busti di Caio Mario, Marco Tullio Cicerone e Marco Vipsanio Agrippa, ciascuno sovrastante un'iscrizione latina che ne rievoca la memoria.

Le iscrizioni che appaiono invece sulle architravi delle finestre riportano il nome della famiglia de Theodinis, che fu proprietaria dell'edificio fino al 1629. Sul lato dell'edificio che dà sulla Via Giuseppe Cesari, un'iscrizione latina ricorda l'antica grandezza di Arpino ed è sovrastata dallo stemma della città.

Torniamo alla Piazza Municipio per osservare il monumento in bronzo a Cicerone (1958), opera dello scultore Ferruccio Vecchi. L’epigrafe posta sul basamento della statua fu redatta dal Prof. Guerino Pacitti, esimio latinista, Presidente ed Ispettore del Ministero P.I.

 

La traduzione in italiano:

M. TVLLIVS CICERO

Egli solo si distinse per la gloria dell’eloquenza, arricchì e nobilitò la lingua latina destinata a legare saldamente i popoli alla madre comune (Roma).   Difese la libertà soffocata dalle lotte civili e, per le lotte civili cadde vittima.  Banditore universale della comune dignità. Straordinario vanto dell’antica sapienza, banditore universale della dignità. Nel bimillenario della sua morte il Centro Studi Ciceroniani. Arpino, 7 Dicembre 1957.

Inoltre sul piedistallo della statua l’epigrafe: ”non feram, non patiar, non sinam” (non sopporterò, non accetterò, non permetterò).  Queste parole appartengono all’opera ”Le Catilinarie”, e si riferiscono a quando Cicerone esorta Catilina ad abbandonare la città: ”Non puoi più stare in mezzo a noi! Non sopporterò, non accetterò, non permetterò!”. (Catilinarie, libro I, par. 10).

Sempre in Piazza Municipio troviamo il complesso architettonico di Palazzo Boncompagni, che chiude ad angolo retto la Piazza.  L'aspetto attuale dell'edificio risale ai primi dell'Ottocento. Sulla facciata di sinistra, a due ordini di finestre, notiamo lo stemma della città e subito al di sotto un'iscrizione latina dedicata a Carlo III di Borbone, a ricordo dell'operato del sovrano in favore della città. Ai lati dell'iscrizione sono visibili i  busti di Vittorio Emanuele II e di Giuseppe Garibaldi.

Sulla facciata di destra, sulla quale si apre una lunga balconata, si notano tre portali, uno dei quali mette in comunicazione la piazza con il corso Tulliano. Sono inoltre visibili i busti del Cavalier d'Arpino e di S. Francesco Saverio Maria Bianchi.

Un tempo sede dell'Amministrazione Comunale, attualmente il Palazzo è sede provvisoria della "Fondazione "Umberto Mastroianni".

Entriamo nel Palazzo per notare subito, a sinistra, il frammento di  pavimento a mosaico del II-III sec. d.C. rinvenuto durante gli scavi condotti nei pressi della Collegiata di S. Michele. Salita l'ampia scalinata che conduce ai piani superiori, ci si trova nelle sale espositive della Fondazione Mastroianni. Vale la pena di salire fino al secondo piano del palazzo per ammirare il frontale del monumento funerario romano della famiglia dei Fufidi, contemporanei di Cicerone, i cui membri furono esattori per il Municipium di Arpino delle rendite provenienti dai territori della Gallia Narbonese donati da Caio Mario.**

 Testo : Da * a** www.arpinoturismo.it

Collegiata di S. Michele Arcangelo

Sulla piazza principale di Arpino sorge la Chiesa di S. Michele Arcangelo, costruita sull'area di un tempio pagano, sembra, dedicato ad Apollo e alle nove Muse. Così almeno viene creduto in quanto dietro l'altare vi è un vano scavato nella roccia con nove nicchie vuote.

Nella navata sinistra della chiesa, una lapide del 1700 avvalora questa credenza; così recita "Templum hoc novem musis olim dicatum ... anno MDCCXXXI consecravit".  Affreschi risalenti all'VIII-IX sec., la datazione MC sull'iscrizione della campana maggiore, la documentazione dei Regesti dell'Abbazia di Montecassino, che parlano di una donazione da parte di Giovanni di fu Lando nel 1104, attestano l'antichità della chiesa e ci ricordano la continuità nello stesso luogo del culto pagano e della religiosità cristiana.

Da documenti dell'inizio del '400 sappiamo che S. Arcangelo (così allora veniva chiamato) fu residenza del vescovo di Sora, che da qui emanava i suoi decreti. Danneggiata dal terremoto del 1654, la Chiesa fu restaurata e rimaneggiata successivamente fino ad avere l'aspetto attuale.

L'interno, barocco, è a croce latina a tre navate con cappelle laterali e volte a crociera. S. Michele è custode di numerose opere di prestigio. Subito, entrando, notiamo sull'altare maggiore la grande tela del Cavalier d'Arpino raffigurante L'Arcangelo Michele vittorioso su Lucifero e sulla volta dell'abside la maestosa figura del Padre Eterno.  Sempre allo stesso artista sono attribuite L' Annunciazione, Tobia e l'Angelo, Il Martirio di S. Pietro, e le 14 Stazioni della Via Crucis.

Di notevole livello artistico è la Croce stazionale di Scuola Toscana (sec. XIV), nella navata destra. Nella Sacrestia una tela ad olio, attribuita a Francesco Curia, imitatore del Caravaggio, rappresenta Il Battesimo di Gesù.  Bella è la Madonna con Bambino del pittore secentesco Dionigi Ludovisi. Da notare è l'organo realizzato nel '700 ad opera di Michele Stolz, il Battistero e il pulpito in legno di noce con sei putti a rilievo sostenuti da un'aquila. Michele Stolz, lo scultore in legno, tirolese (1725-1779) che operò lungamente in Arpino, è sepolto sotto l'altare del Sacro Cuore in questa Chiesa.

Proseguendo per la stradina che taglia in due il borgo, lastricato dai piccoli tipici ciottoli, incontriamo al numero civico 6 un antico Palazzo che presenta una curiosità: ai lati del portone d'ingresso due scivoli permettevano ai "bravi" del padrone di casa di tenere sotto bersaglio gli ospiti indesiderati o malintenzionati.

Cortile Farnese.  E’ uno dei “luoghi storici” dell’Arpino medievale. Datato intorno all’anno mille, è parte di un antico edificio costruito sulle mura ciclopiche che fu palazzo signorile o monastero. L’arco borgognone, tipico dell’alto Medio Evo è dominato dallo stemma dei Farnese. All’interno del cortile si ammira un elegante chiostro in pietra viva realizzato dagli scalpellini dell’epoca, formato da archi a tutto tondo sostenuti da colonne bizantine.

Per il cardinale Pesce operò in Arpino, dove morì nel 1779, lo scultore di legno, il tirolese Michele Stolz, che fu per molto tempo suo ospite nella casa di Civitavecchia. Scolpì la statua di San Vito, il simulacro della Crocefissione, la statuetta della Concezione oltre a numerose altre opere per le chiese di Arpino. Il linguaggio stilistico dello Stolz fu decisamente rococò d'impronta napoletana. 

Il museo della Liuteria 

Ad Arpino è presente il Museo della Liuteria, il quale espone oggetti, materiali ed antichi strumenti dell’antica bottega liutaia arpinate, specializzata nella produzione di liuti, mandolini e altri strumenti a corda, oltre a un’ampia documentazione cartacea internazionale. Il museo offre al visitatore la possibilità di conoscere il processo di lavorazione dei Maestri Liutai, per fabbricare questi fantastici strumenti.                 

Il Libro di Pietra di Giuseppe Bonaviri

E’ una singolare iniziativa che coniuga il fascino antico e a tratti aspro di questo centro con le suggestioni della poesia contemporanea. Si tratta della riproduzione su pietra di poesie (in lingua originale e relativa traduzione italiana) che famosi poeti contemporanei, ospiti della città, hanno dedicato ad Arpino. L'iniziativa è coordinata dallo scrittore Giuseppe Bonaviri.

Giuseppe Cesari Cavalier d'Arpino (Arpino, 1568 – Roma, 3 luglio 1640), è stato un pittore italiano e un altro figlio illustre di Arpino. Definito dai Conservatori dell’Urbe ‘pictor unicus, rarus et excellens ac primarius et reputatus’  

Originario di Arpino, il pittore si trasferisce a Roma nel 1582 con la famiglia dove lavora nella decorazione delle Logge vaticane, sotto la direzione del Pomarancio. È lì che il giovane Cesari, non ancora cavaliere, si fa notare per la sua creatività e comincia a lavorare come ragazzo di bottega. Già nel 1583 è ammesso all'Accademia di San Luca, di cui sarà poi ripetutamente presidente, fino a quando non lo sostituirà il Bernini, e presto viene ammesso a realizzare affreschi. Entra così nella corte di Gregorio XIII, il cui figlio Giacomo Boncompagni era divenuto Duca di Aquino e di Arpino.

L'ascesa al soglio pontificio di Sisto V nel 1585 non interrompe la carriera del Cesari, ormai ben introdotto nell'ambiente: risale a questo periodo l'affresco con la Canonizzazione di San Francesco di Paola nel chiostro della Trinità dei Monti, dove risente dell'influenza sia del Pomarancio che di Raffaellino da Reggio. Da quell'anno e fino al 1591 lavora a Sant'Atanasio dei Greci. Nel 1586 entra nella Congregazione dei Virtuosi al Pantheon. Nel 1588 il cardinal Farnese gli commissiona gli affreschi, oggi perduti, per San Lorenzo in Damaso.

Nel 1589 è a Napoli, dove affresca il coro della Certosa di San Martino, e tornerà nel 1593 per eseguire gli affreschi della volta della Sacrestia.   Roma lavora, tra il 1587 e il 1595, nella Cappella Olgiati in Santa Prassede, mentre dal 1597 lavora nella Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi (gli succede poi, in questa commessa, il Caravaggio).

La bottega di Cesari era ormai tra le più affermate di Roma: vi entrò nel 1593 anche il Caravaggio.

Una commessa che l'accompagnò per oltre quarant'anni, dal 1595 e il 1640, furono gli affreschi del Palazzo dei Conservatori. Vi realizza: il Ritrovamento della lupa, nel 1596; la Battaglia tra i Romani e i Veienti, nel 1597 e il Combattimento tra gli Orazi e i Curiazi, nel 1612. Vi ritorna dal 1635 per eseguire il Ratto delle Sabine, l'Istituzione della Religione e la Fondazione di Roma.

Nel 1600 affresca l'Ascensione nel transetto di San Giovanni in Laterano, opera che gli vale il cavalierato di Cristo. Sempre in quegli anni assume la direzione dei lavori di decorazione musiva della cupola di San Pietro, mentre successivi sono gli affreschi della villa Aldobrandini a Frascati e quelli della Cappella Paolina in Santa Maria Maggiore, realizzati tra il 1605 e il 1612. Dipinse anche in Poli, nel palazzo baronale dei Conti, dove affrescò la cappella privata del palazzo che dà in un grande salone anch'esso affrescato.

 Ad Arpino ha lasciato alcune opere:

Chiesa di San Michele Arcangelo, San Michele Arcangelo combatte Lucifero, o/t, ca 1620
Chiesa di San Michele Arcangelo, Dio Padre benedicente col Globo, o/t, ca 1620
Chiesa di San Michele Arcangelo, Testa di Cristo, affresco, 1606-1607
Chiesa di San Michele Arcangelo, Martirio di San Pietro Martire, o/t, 1631
Chiesa di Santa Maria Assunta, Dio Padre con la destra alzata e il Globo, o/tav., ca 1620
Chiesa di Santa Maria Assunta, San Giovanni ev. e San Giuseppe, o/tav., 1625-1627
Chiesa di Sant'Antonio, Sant'Antonio da Padova col Bambino Gesù e vestizione di Sant'Antonio da Padova, o/t, ca 1634
Chiesa di Sant'Andrea, Sant'Andrea e San Benedetto sotto lo Spirito Santo e due puttini adoranti, o/t, 1635
Chiesa di San Vito in Civitavecchia, Santi Vito, Modesto e Crescenzia, o/t, 1625-1627

 

IL CASTELLO DI LADISLAO, SEDE DELLA FONDAZIONE MASTROIANNI

Posto sulle pendici della collina di Civita Falconara, il Castello, le cui parti più antiche risalgono al XIII secolo, prende il nome dal re di Napoli, Ladislao I (1376-1414) della dinastia Durazzo d’Angiò, che qui, secondo fonti antiche, trasferì per un certo periodo la sua corte.

Nei secoli successivi il Castello, abbandonato, subì distruzioni e ricostruzioni, finché dal XVIII secolo e per tutto l’Ottocento, divennne uno dei più grandi lanifici di Arpino di proprietà della famiglia Ciccodicola.
Con la crisi dell’industria, nel Novecento, il Castello divenne sede di un Istituto per gli orfani dei lavoratori, poi Ospedale militare ed infine Istituto Tecnico Industriale per Chimici fino al 1985, anno in cui l’Amministrazione Provinciale di Frosinone lo acquistò e avviò i lavori di recupero per destinarlo a sede espositiva della Donazione e a centro congressuale, con scopi di valorizzazione culturale e turistica.

FONDAZIONE UMBERTO MASTROIANNI

L’idea di dar vita in Arpino - città che annovera tra i suoi figli Cicerone, Caio Mario, Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino - ad una Fondazione intitolata ad Umberto Mastroianni, uno degli artisti più eclettici e geniali del XX Secolo, nasce intorno ai primi anni settanta, e con essa l’idea di attuare importanti iniziative artistiche di respiro internazionale per la promozione della scultura monumentale.

Umberto Mastroianni nasce a Fontana Liri, in provincia di Frosinone, il 21 settembre 1910.
Dopo gli studi presso l’Accademia di San Marcello a Roma, si trasferisce con la famiglia a Torino, proseguendo la sua formazione sotto la guida del maestro Guerrisi. Le sue prime opere hanno un’impronta futurista; in particolare sarà influenzato dalle opere di Boccioni che Mastroianni tinge però di neo-cubismo.
L’artista sarà il fondatore nel 1947 del Premio Torino e, nel corso della sua vita, riceverà importanti riconoscimenti quali il Gran Premio Internazionale per la Scultura (Biennale di Venezia 1958) e il Premio Imperiale di Tokyo (1989).  Artista di fama mondiale, Umberto Mastroianni muore il 25 febbraio 1998 nella sua casa-museo di Marino (Roma) lasciando ai posteri numerosi capolavori.

L’Amministrazione Provinciale di Frosinone nel 1985 acquista il Castello Ladislao di Arpino, destinato, dopo il restauro, a diventare la sede definitiva della Fondazione Umberto Mastroianni, Centro Internazionale di Arti Visive.

La mostra del Maestro tenutasi nel 1986 nel Palazzo della Provincia di Frosinone e la sua donazione del 1992 di 81 opere, segnano la nascita definitiva di un progetto di grande spessore artistico-culturale: la Fondazione Umberto Mastroianni, attiva dal 1993 con il nome di Centro Internazionale Umberto Mastroianni. Ospitata fino a Maggio 2013 nel Palazzo Boncompagni in Arpino, si costituisce definitivamente in Fondazione il 15 Gennaio 1999. La Fondazione, con le sue iniziative di largo respiro culturale nazionali ed internazionali, si configura come centro propulsivo di significative proposte artistiche essenziali per la valorizzazione culturale della Provincia di Frosinone e per tutto il centro - sud Italia. È con questa ambiziosa prospettiva che gli enti pubblici, quali la città di Frosinone, sono presenti in qualità di Soci Fondatori in seno al Consiglio di Amministrazione della Fondazione.

Presso il Castello di Ladislao è possibile visitare la Donazione Mastroianni composta da 81 opere, alle quali se ne sono aggiunte altre, rappresentative dell’intensa carriera artistica del Maestro, dagli anni della formazione avvenuta attraverso lo studio dai modelli classici, all’elaborazione, a partire dagli anni ’40, di uno stile squisitamente personale.

Inoltre, al fine di valorizzare figure importanti e significative della famiglia Mastroianni, sono allestite le sezioni dedicate a Domenico e Alberto Mastroianni; I Mastroianni e il Cinema: Marcello e Ruggero; I Mastroianni ceramisti: Arcangelo, Felice, Vincenzo ed Emilio.

Tra gli scopi statutari della Fondazione vi è la valorizzazione degli artisti del territorio frusinate, in particolare dei giovani talenti. Periodicamente, al fine di promuovere la conoscenza dell’arte moderna, la Fondazione organizza mostre di artisti moderni e contemporanei. La sezione Arti Moderne raccoglie le opere sia degli artisti ai quali la Fondazione ha dedicato delle mostre personali, sia degli artisti più rappresentativi della provincia di Frosinone: V. Balsamo, G. Carboni, E. Carmi, L. Dall’Olio, F. Gismondi, V. Grinberg, F. Ippoliti, S. Lancioni, A. Lombardi, A. Loreti, G. Martinelli, V. Miele, A. Mirò, F. Rea, G. Riccardi, M. Romani, I. Scelza, ed altri.

Infine, la Fondazione ha tra le sue finalità l’organizzazione di corsi di studio internazionali post-accademici, tenuti dai più famosi scultori del mondo per la realizzazione del “Museo Territoriale Provinciale”, secondo il progetto e le volontà del grande maestro.

Testo:http://www.fondazionemastroianni.it/  

Foto di Daniele De Rubeis, Rocco Maltesi, Federico Tomasello (Abulafia), Tonino Bernardelli, Romolo Rea, Fabrizio Monti, Maurizio Ciliegi, Emilia Trovini, Ferdinando Potenti, Franco Carnevale, Stefano Strani, Giovanni Soave, Pietro Scerrato, Alberto Bevere, Vincenzo Raso, Enzo Sorci, Massimo Palozza, che si ringraziano per averle concesse in uso alla provincia di Frosinone.  

Ultimo aggiornamento

Venerdi 14 Maggio 2021